Anpc, il 13 febbraio sotto la lente don Luisito Bianchi e “La Messa dell’uomo disarmato”

Proseguono gli incontri promossi dall’Anpc (Associazione nazionale partigiani cristiani) di Cremona mettendo a tema figure e testimonianze relative alla partecipazione dei cattolici ai processi storici dell’Antifascismo, della Resistenza e dell’Assemblea Costituente. Il terzo appuntamento è in programma venerdì 13 febbraio alle 17.30 presso la Sala Teatro “Contardo  Ferrini” della parrocchia di Sant’Agata, in corso Garibaldi 121, a Cremona. Don Francesco Cortellini, parroco di Bozzolo, licenziato in Teologia dogmatica, affronterà il tema “L’altra Resistenza” a partire dalla figurda di don Luisito Bianchi e del testo “La Messa dell’uomo disarmato”.

Prete operaio, prete poeta, prete della Resistenza, prete scrittore, prete monaco, Luisito Bianchi è stato tutto questo ed altro ancora, ma soprattutto è rimasto sempre testardamente prete, cioè un uomo di Chiesa che ha cercato di portare in tutti i contesti in cui ha vissuto e lavorato, la testimonianza di una Chiesa diversa dal modello Gerarchia-Potere-Ricchezza.

Originario di Vescovato (23 maggio 1927) Luisito Bianchi fu ordinato sacerdote nel 1950, sull’esempio e la predicazione di don Primo Mazzolari. Il suo percorso sacerdotale lo vide insegnante in Seminario a Cremona, missionario in Belgio, poi a Roma, viceassistente nazionale delle Acli. Nel 1968, la scelta di vita e la radicalità evangelica di povertà e gratuità lo portano a Spinetta Marengo (AL) operaio turnista al Petrochimico della Montecatini. Fu poi inserviente all’Ospedale Galeazzi di Milano, da cui si licenziò per seguire la madre ammalata; al suo capezzale cominciò a scrivere il suo romanzo più famoso, inizialmente intitolato “Una Resistenza”. In seguito e per molti anni fu cappellano delle Benedettine dell’Abbazia di Viboldone a S.Giuliano Milanese. Luisito Bianchi celebrò il dies natalis a Melegnano il 5 gennaio 2012.

“La Messa dell’uomo disarmato”, opera principale di don Luisito, è un romanzo sulla resistenza intesa come momento storico, ma soprattutto come ideale di vita ed espressione di gratuità, la sua cifra ricapitolativa, umanamente ed ecclesialmente. Scritto negli anni 70, fu pubblicato privatamente nel 1989 e poi dall’Editore Sironi nel 2002 con riedizioni successive.

La vicenda si svolge in un periodo che va dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale sino agli anni 60. Franco, novizio benedettino, lascia la vita monastica dopo il trasferimento a Roma del suo maestro, dom Placido. Torna al podere di famiglia “La Campanella” e al lavoro contadino. Qui ritrova il fratello Piero, giovane medico militare, idealista e generoso, che ha abbandonato la pratica religiosa ed è reduce dal fronte russo con una gamba semicongelata a causa dell’abnegata opera di assistenza medica ai soldati. Verso la fine della guerra Piero sale in montagna e si unisce ai partigiani. Qui incontra molti altri protagonisti del romanzo: Rondine, un singolare compaesano solitario e amante della compagnia dei defunti più che dei vivi, che, dopo una vita di espedienti, si distinguerà nella lotta partigiana soprattutto per la volontà di dare sepoltura ai morti di entrambe le parti, venendo alla fine ucciso dai fascisti; il giovane Balilla, armato, e il monaco dom Luca (dom Benedetto) che non porta armi, legati da un vincolo di reciprocità e destinati entrambi al supremo sacrificio. C’è poi Stalino, venditore ambulante diventato partigiano garibaldino, eroe della resistenza del paese, protagonista di coraggiose azioni militari e che alla fine salverà il segretario del fascio dalle ritorsioni e vendette. Altra figura importante è quella del “professore”, un sacerdote ridotto allo stato laicale per le sue idee socialiste, che dopo un’intensa attività di lotta antifascista, terminerà i suoi giorni in un lager tedesco, sfinito dalla fame per aver ceduto il suo cibo ai compagni più giovani. Il vero protagonista del romanzo è però Franco, che non partecipa direttamente alla lotta partigiana, continuando a lavorare la terra, e per questo si sentirà in colpa, quasi un disertore, immeritato superstite di fronte a tanto eroismo dimostrato dalle persone a lui vicine. Alla fine, anni dopo, siamo alla vigilia del Concilio Vaticano II, venduta la Campanella, rientrerà nel monastero e sotto la guida di dom Placido, nel frattempo diventato abate dopo l’assenza, riscoprirà la sua missione: quella di mantenere viva la memoria dei tanti atti eroici compiuti nei mesi della Resistenza, accompagnato dal giovane novizio Giovannino, il figlio di Stalino. Grazie alla propria personale riabilitazione, Franco riuscirà a offrire a dom Placido il desiderato perdono, visto che sino a quel momento aveva considerato anche il proprio maestro un disertore dalla lotta di liberazione.

Il vero filo conduttore del romanzo è il rapporto tra “Parola” e “Avvenimento”, in particolare “il grande Avvenimento”, ossia la Resistenza, cioè la continua ricerca dell’interpretazione di ogni singola vicenda della vita alla luce della Parola di Dio, che Franco ha ricevuto come insegnamento fondamentale  ai tempi del primo noviziato con dom Placido e che attraversa tutta la trama del libro, fitta di citazioni bibliche e liturgiche. La stessa conclusione del romanzo, nella quale Franco è invitato dall’Arciprete del paese a leggere la Passione di Cristo nella Domenica delle Palme, è vista  da Franco come il suggello della sua personale esperienza di testimone della Passione vissuta  dai partigiani e dagli altri protagonisti della  guerra di liberazione.

Un riconoscimento postumo circa l’assoluta importanza di questo romanzo, è venuto di recente da due storici accademici, ospiti, nel settembre scorso, della Società Storica Cremonese.  Pierpaolo Corsini ha definito “La Messa dell’uomo disarmato” il più importante romanzo cattolico del Novecento; Giovanni Grado Merlo, che di don Luisito fu amico, ha ricordato come lui parlasse di Resistenza come sua Terza Nascita, dopo l’umana e la fede, collegando al Bonhoeffer di “Resistenza e Resa” la radice teologica del libro, implicitamente alludendo alla larvata censura della grande editoria, che lo annoverò minore rispetto ai Calvino, Pavese, Fenoglio.

Franco Verdi

 

 

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