Integrazione e dialogo al centro dell’incontro diocesano rivolto a quindi operano in campo politico, amministrativo, economico e lavorativo, sociale e del volontariato

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Si è tenuto presso il Seminario vescovile di Cremona, nel pomeriggio di domenica 22 febbraio, l’incontro diocesano dal titolo “Da braccia a persone. Integrazione e dialogo interculturale”, rivolto a quanti sono impegnati in campo politico, amministrativo, economico e lavorativo, sociale e del volontariato.

L’incontro, promosso dalla Pastorale sociale e del lavoro della Diocesi di Cremona, ha visto la presenza del vescovo Antonio Napolioni che, nel suo saluto iniziale, ha fatto un appello a non temere il cambiamento della società, ma a guidarlo con spirito cristiano, trasformando la presenza di diverse culture in una cittadinanza piena e condivisa. Il Vescovo ha invitato a superare la logica puramente economica e prestazionale dell’efficienza, per riscoprire la capacità di generare vita e relazioni, la fecondità, che ha indicato come unica risposta concreta all’inverno demografico che alcuni Paesi occidentali, tra cui l’Italia, stanno sperimentando.

L’accoglienza e l’integrazione – ha ricordato in tal senso Napolioni – non sono minacce all’identità, ma la realizzazione di quel “banchetto di popoli” che fu prefigurato dalle Scritture. Napolioni ha criticato l’approccio superficiale con cui spesso ci si avvicina al tema cruciale dell’integrazione, chiedendo che si lavori concretamente per il coinvolgimento delle comunità straniere anche negli organismi diocesani e nella vita cittadina. Nel farlo ha indicato gli oratori come laboratori privilegiati di inclusione, dove il dialogo tra culture diverse è già una realtà quotidiana e illuminante.

Napolioni ha infine ringraziato gli amministratori presenti, tra i quali era presenti il presidente della Provincia di Cremona Roberto Mariani, il sindaco Andrea Virgilio e altri primi cittadini del territorio.

Eugenio Bignardi, incaricato diocesano della Pastorale sociale e del lavoro, ha poi introdotto la relatrice, la professoressa Milena Santerini, direttrice del Centro di ricerca sulle relazioni interculturali, già ordinaria di Pedagogia generale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, direttrice scientifica del Master in “Formazione interculturale. Competenze interculturali e integrazione dei minori”, coordinatrice nazionale per la lotta contro l’antisemitismo dal 2020 al 2022 e vicepresidente della Fondazione memoriale della Shoah di Milano.

Nella sua esposizione la docente ha proposto una visione pedagogica dell’immigrazione, lontana sia dall’idealismo ingenuo che dalla “narrazione della paura” spesso cavalcata per motivi ideologici e propagandistici.

Partendo dai dati, Santerini ha evidenziato come nel nostro Paese si abbia spesso un’errata percezione rispetto al fenomeno migratorio: le aree di provenienza principali dell’immigrazione, ad esempio, vedono una netta prevalenza dall’Europa, per il 36,3% del totale, di cui il 18,9% dall’Unione europea; a seguire l’Asia (il 25,9% degli arrivi) e l’Africa (25,7%), infine, il 12,1% dall’America. La Romania è il Paese più presente, con 171.151 residenti, seguito da Egitto (104.961), Marocco (88.326), Albania (83.861), Cina (71.659) e Ucraina.

Secondo la docente in Italia si è preda di una sorta di “integrazione riluttante”: si accetta l’immigrazione per necessità economica e demografica, ma si fatica a riconoscere la sfida culturale e umana ad essa sottesa., così come a fotografare la realtà dei fenomeni migratori.

Da qui l’invito a un cambio di paradigma, che parta anche da posizioni utilitaristiche, ma che sappia trasformare in opportunità quelle che appaiono prevalentemente come problematiche. Rifacendosi ad autori come Paul Collier e Hein de Haas, Santerini ha evidenziato che, sebbene l’immigrazione possa creare una concorrenza immediata sulle risorse del welfare, nel lungo periodo è l’unico modo per garantire la tenuta del sistema previdenziale e sociale. Un “vantaggio a lungo termine” che può realizzarsi soltanto attraverso politiche intelligenti e lungimiranti, che necessariamente devono partire dalle problematiche più importanti, prima tra tutte la povertà. Gli immigrati, infatti, costituiscono una larga fetta della povertà assoluta in Italia: un dato che accomuna le diverse nazionalità ancor più della religione o della cultura.

Secondo Santerini per affrontare questo problema occorre prima di tutto colmare lo svantaggio scolastico che oggi porta gli studenti di origine straniera (l’11,6% della popolazione scolastica e con un tasso di abbandono tre volte superiore agli italiani) a indirizzarsi per lo più verso percorsi professionalizzanti, per necessità economica o per mancanza di fiducia nel proprio futuro culturale. Questo influisce anche sulla sicurezza, ha affermato la docente evidenziato come criminalità e povertà viaggino sempre sugli stessi binari. Il 30% della popolazione detenuta è straniera, per lo più a motivo di reati contro il patrimonio, direttamente correlati alla marginalità, ma anche alla difficoltà o impossibilità ad accedere a misure alternative, come ad esempio i domiciliari. Per questo ha sottolineato come lavorare su una vera e proficua integrazione significhi considerare la famiglia come fondamentale presidio, favorendo i ricongiungimenti familiari (la stabilità degli affetti riduce la propensione alla devianza e favorisce il successo scolastico).

Sotto la lente anche il problema delle seconde generazioni e delle sfide identitarie ad esse correlate. I bambini e i ragazzi nati in Italia e che frequentano le scuole italiane dovrebbero avere accesso più semplice alla cittadinanza. Per la relatrice, ostacolare questo diritto significa impedire ai ragazzi di sentirsi pienamente parte del Paese.

Quanto al problema della criminalità minorile, la professoressa ha fatto riferimento alla Legge 47/2017 (Legge Zampa), che disciplina le misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati, evidenziando come fenomeni quali “baby gang” e “Maranza” non possano essere affrontati soltanto in modalità repressiva, ma nell’educazione di strada e in una presenza capillare sul territorio.

Nelle sue conclusioni la professoressa Santerini ha messo in evidenza come il ruolo degli Enti locali ruoti attorno a quattro direttrici principali: accoglienza e accesso ai servizi (abitazione, sanità, supporto economico); integrazione culturale e sociale (lingua, mediazione, iniziative culturali); istruzione e inclusione dei minori (scuola, supporto educativo, protezione); tutela dei minori non accompagnati e giovani (residenze, formazione, protezione). Da qui ha tracciato alcune priorità, come la necessità di mettere mano a un vero piano casa, ma anche una lotta contro la stigmatizzazione, per evitare narrazioni mediatiche tossiche, che generano tensioni dannose e che si prestano esclusivamente alla strumentalizzazione. Ma secondo l’esperta serve soprattutto un investimento socio-educativo che rafforzi le alleanze tra Comuni, Scuola e Terzo settore, per trasformare i “giovani a rischio” in cittadini attivi.

Alla relazione della professoressa Santerini ha fatto seguito un momento di dialogo, nel quale i partecipanti si sono confrontati su idee, difficoltà, proposte di condivisione tra la comunità ecclesiale e chi opera nella società alla ricerca del bene comune. Dopo un primo momento suddiviso in quattro gruppi di lavoro, l’assemblea è proseguita con la condivisione di quanto emerso e l’indicazione di alcune prospettive.

Il pomeriggio in Seminario si è infine concluso con un momento conviviale.