A San Camillo festa per il beato Bebuschini, nel segno della cura, dell’attenzione, della disponibilità e dell’amore per il prossimo
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Ogni anno il 10 maggio è una giornata speciale per la comunità camilliana di Cremona che nella casa di cura di via Mantova ricorda il beato Enrico Rebuschini, che proprio nella clinica di San Camillo svolse il proprio ministero. Morì il 10 maggio 1938, «dopo 39 anni vissuti fuori e 39 a Cremona», come ricordato dal vescovo Antonio Napolioni nella Messa presieduta a San Camillo nella mattinata di domenica 10 maggio. Rebuschini fu un religioso mite e umile, che svolse il suo ministero dimostrandosi sempre disponibile ad aiutare i confratelli, i malati e i poveri e rivestendosi di una santità spesa nel quotidiano delle piccole, ma fondamentali cose di ogni giorno: la cura, l’attenzione, la disponibilità, l’amore per il prossimo.
Una ricorrenza che quest’anno è coincisa con la domenica, in cui «facciamo memoria della Pasqua del Signore – ha sottolineato il vescovo all’inizio della Messa –. Quest’anno celebriamo dunque la memoria del beato Enrico in maniera ancora più radicale. Ci conduce all’essenziale del mistero della fede, della carità che salva il mondo. E davvero ci accorgiamo di quanto il mondo è maldestro, per non dire cattivo, quando il Signore lo sta salvando attraverso gente semplice, umile, piena di carità, di pazienza, di tenerezza».
Accanto al vescovo Napolioni padre Virginio Bebber, amministratore delegato della Fondazione Opera San Camillo, insieme a diversi altri concelebranti camilliani, e tra loro padre Giuseppe Rigamonti, superiore provinciale della Provincia nord italiana dei Camilliani. Presente, insieme alla comunità camilliana di via Mantova anche una delegazione delle Figlie di San Camillo, insieme al personale della clinica e alle autorità civili e militari, con le rappresentanze dell’Opera nazionale caduti senza croce e della Associazione nazionale artiglieri d’Italia.
In apertura di celebrazione – dopo l’omaggio alla tomba del beato Rebuschini, custodita nella cappella della casa di curia di via Mantova – padre Bebber ha ringraziato il vescovo «che è qui in mezzo a noi per condividere la nostra gioia e riconoscenza al Signore in questa festa in onore del beato Rebuschini. Una festa della comunità religiosa camilliana tutta, ma che è anche festa della comunità ecclesiale cremonese, in quanto il beato Enrico, si è sempre sentito figlio di questa comunità ecclesiale». Quindi il superiore della comunità camilliana cremonese, ancora rivolto a monsignor Napolioni, ha evidenziato come «la sua presenza tra noi ci spronerà certamente ad accorgerci della santità della porta accanto, perché come comunità ecclesiale non ci accontentiamo di quanto fatto, ma ci spingiamo un po’ oltre a servizio dei fratelli, al servizio dei malati che sono la carne dolorosa del Cristo Signore».
Durante l’omelia, il vescovo ha delineato il profilo spirituale del beato Enrico Rebuschini, descrivendolo come un uomo umile e trasparente, capace di servire i malati con estrema dolcezza e rispetto. Un uomo che, pur nella grandezza del suo servizio, «non si è certo montato alla testa. Anzi semmai ha tremato. Ha tremato di delicatezza, di rispetto, di timore: il santo timore di Dio. Il Signore ci dona se stesso. Questo stupore ci dovrebbe caratterizzare sempre».
Il beato Enrico, ha messo in luce monsignor Napolioni, insegna a cogliere la semplicità del Cristianesimo, che non è una “nostra costruzione”, ma «è Gesù che è vivo e continua a consegnarci il volto del Padre e a coinvolgerci nella sua vita. Basta non fargli resistenza».
Ciò che ha reso grande Rebuschini è dunque questa sua resa incondizionata al Signore e la sua affettuosa vicinanza ai bisognosi: che non si esprimeva nella predicazione, ma nella presenza. «Lui incontrava i malati senza fargliela lunga, ma sostando con la tenerezza, con i gesti, con la preghiera, con la testimonianza, accanto alla sofferenza. Trasmettendo fiducia, trasmettendo possibilità di incontrare il Signore e dunque di ritrovare pace, dolcezza e rispetto nel rendere ragione», ovvero manifestando la verità di ciò che diceva.
Il vescovo ha infine esaltato «la beatitudine dei miti, degli operatori di pace, di chi si prende cura dei più deboli, di chi si china sui malati, che è sempre attuale e che ci è necessaria. Guai se non ci fossero uomini e donne che nel silenzio si dedicano nello stile del beato Enrico alla cura di chi non ce la fa da solo».
L termine della celebrazione, che si è conclusa con la preghiera per i caduti senza croce. il vescovo Napolioni, accompagnato da padre Bebber, ha fatto visita agli ospiti della casa di cura nei diversi reparti.
Omelia del vescovo Napolioni
Il beato Enrico Rebuschini
Enrico Rebuschini nacque in provincia di Como, a Gravedona, il 28 aprile del 1860. Secondogenito di cinque figli di una famiglia borghese lombarda, a 24 anni entrò nel seminario di Como da dove, in virtù dei suoi meriti e delle sue doti, fu inviato al Collegio Lombardo di Roma per completare gli studi teologici all’Università Gregoriana.
Durante la sua formazione, Rebuschini si dedicò con fervore alla preghiera e al sostegno dei bisognosi, offrendo loro aiuto materiale e conforto spirituale. Per questo Il suo confessore lo indirizzò verso i Camilliani, ordine religioso votato all’assistenza dei malati.
Il 14 aprile 1889, ancora novizio, venne ordinato sacerdote a Mantova da mons. Giuseppe Sarto, il futuro papa San Pio X. L’8 dicembre del 1891 pronunciò i voti perpetui.
Nel decennio successivo Rebuschini operò a Verona: prima come vice maestro e docente dei novizi, poi come assistente spirituale, negli ospedali Militare e Civile.
Il 1° maggio del 1899 si trasferì a Cremona, presso la Casa di cura San Camillo, dove rimase fino alla morte. In virtù del suo spirito di servizio, fu superiore della comunità per undici anni e amministratore-economo per trentaquattro.
Nei quarant’anni di presenza a Cremona, Rebuschini si conquistò, con umiltà e dedizione silenziosa, l’affetto della città, che lo soprannominò affettuosamente il “Padrino santo”.
Il 23 aprile del 1938 contrasse un forte raffreddore assistendo un malato; due giorni dopo era a letto con la broncopolmonite. Chiese l’estrema unzione l’8 maggio e morì santamente a 78 anni il 10.
Il 4 maggio del 1997 Giovanni Paolo II lo proclamò beato. Oggi il suo corpo riposa nella cappella della Casa di cura San Camillo. La sua memoria liturgica si celebra il 10 maggio.