Un pomeriggio di gioco e stare insieme per vivere la “nuova” Casa dell’accoglienza di Cremona
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«Apriremo le porte a tutti!». Così don Pierluigi Codazzi aveva un mese fa aveva presentato la “nuova” Casa dell’accoglienza di Cremona al termine dei lavori di ristrutturazione dell’opera segno della Caritas diocesana, nel cuore cuore della città e della diocesi di Cremona. Una promessa mantenuta sin da subito, ma che si è fatta davvero evidente nel pomeriggio di venerdì 5 giugno quando la struttura di via Stenico ha spalancato i cancelli a tutti per una grande festa di comunità e inclusione.
La Casa dell’accoglienza di Cremona, vero pilastro della solidarietà cremonese, da quarant’anni assiste persone fragili, migranti e lavoratori in difficoltà, ma oggi ancor di più si apre al territorio per offrire ospitalità a persone segnate da un disagio esistenziale, lavorativo, abitativo, fisico. E con l’obiettivo di farlo “insieme”, come comunità.
Dopo una prima cerimonia dedicata ai finanziatori e ai restauri, che si era svolta esattamente un mese fa, questo secondo evento ha voluto coinvolgere in un clima di festa e condivisione. L’obiettivo, più volte ribadito dal direttore della Caritas diocesana, don Pierluigi Codazzi, è quello di trasformare questa struttura in un luogo di accoglienza aperto a volontari e parrocchie, promuovendo relazioni umane autentiche in grado di superare ogni barriera. Per farne una casa che risponda ai bisogni di oggi nell’impronta della carità cristiana che si ispira al patrono sant’Omobono “padre dei poveri”, ma che intende aprirsi sempre di più alla città, con uno stile nuovo. Più collaborazione, più rete con il territorio. Casa come luogo di incontro, dialogo, confronto, ma anche esperienza di crescita e maturazione per i giovani e luogo universale di prossimità.
L’obiettivo è chiaro e la strada intrapresa. «Speriamo di poter aprire nei prossimi mesi anche ad alcune famiglie. Aprire questa Casa dell’accoglienza alla città, alle parrocchie, ai volontari, a tutte le persone che in qualche modo vogliono vivere e condividere con noi l’esperienza dell’accoglienza, ma anche della capacità di relazione, che oggi serve più che mai», conferma don Codazzi.
La festa si è svolta a partire dal pomeriggio nel grande cortile interno della casa, che si è trasformato in una piazza d’altri tempi grazie alle attività di Energia ludica, che ha proposto i giochi di una volta, adatti a tutte le età. E davvero tutti – bambini, adulti e anche tante religiose – si sono lasciati coinvolgere, anche grazie i residenti della Casa che si sono fatti protagonisti come veri e propri “mediatori ludici”, aiutando nella scoperta dei giochi e abbattendo ogni barriera attraverso il linguaggio universale del divertimento. Una festa che è stata anche un viaggio culturale che ha spaziato dall’Asia, al Nord Africa, fino all’Africa sub-sahariana, in un’opportunità unica di scambio diretto e conoscenza reciproca, dove la memoria e il racconto sono diventeranno strumenti per tessere una nuova trama comunitaria. Aiutati anche dalla possibilità di conoscere la struttura, con i suoi spazi riqualificati e i servizi attivi, attraverso le visite guidate dagli operatori Caritas.
Dopo un leggero scroscio di pioggia, che ha costretto gli organizzatori ad anticipare la cena a buffet, lo spettacolo di artisti di strada, a cura de L’abile teatro, ha concluso la serata incollando i bambini alle sedie, ma facendo divertire anche gli adulti. «La scelta di questa compagnia – ha sottolineato don Codazzi – dimostra come il linguaggio del sorriso possa unire culture diverse senza bisogno di parole».
Celebrata in un’atmosfera serena e rilassata, quella della rinnovata Casa dell’Accoglienza è stata una grande festa all’insegna del piacere di stare insieme e di sostenersi a vicenda. La presenza delle famiglie di molti volontari e volontarie e del personale della casa ha reso il tutto ancora più significativo, perché è esattamente questo lo spirito che questo nuovo corso vuole portare.
Proprio com’è scritto nella mensa, sotto una croce fatta con il legno delle barche dei profughi arrivati a Lampedusa: «Ogni uomo e ogni donna è per me fratello e sorella». Una condizione che questo grande centro di condivisione può in ogni modo favorire, perché accogliere non significa soltanto offrire cibo, riparo e cure, ma soprattutto vicinanza, affetto, comprensione. È questa la differenza tra vivere e sopravvivere. E non esiste fragilità o disagio che possa essere supportato senza il dono della relazione e dell’amicizia.
Casa dell’Accoglienza, spazi rinnovati per restare ancora dalla parte dei più fragili