I vescovi lombardi scrivono ai sacerdoti: «Chiamati ad abitare il cambiamento»

DI seguito pubblichiamo la lettera che i vescovi della Conferenza episcopale Lombarda hanno indirizzato a tutti i presbiteri delle diocesi della regione. Ad introdurla un messaggio di don Davide Barili, Vicario episcopale per il clero:

Cari confratelli,

I vescovi della Lombardia dicono il grazie ai preti, rinnovando fiducia e stima verso di loro. I tempi sono difficili ma questa non è una notizia: ci sono mai stati tempi facili? Dalla difficoltà vissuta non da soli ma in una compagnia, rinasce continuamente la freschezza della chiesa. Siamo chiamati a raccontare l’esperienza della fraternità tra di noi e con tutte le vocazioni, condivisione di un popolo intero, di un “noi-chiesa”.

Reggere le sfide della storia e tenere custodito il dono che è in noi, è l’avventura del prete incoraggiato ad alimentare il fuoco acceso in lui dalla Pentecoste.

Questo il senso della lettera dei vescovi lombardi ai loro presbiteri dopo l’incontro dei consigli presbiterali a Caravaggio dello scorso maggio e alla vigilia della Solennità del Sacro Cuore, giornata per la santificazione del clero.

Siamo invitati a leggerla all’indomani della bella celebrazione con la quale, in cattedrale, lo scorso sabato, abbiamo accolto nel presbiterio don Daniel, don Gabriele, don Massimo, don Fabrice e don Alessandro. A loro il nostro abbraccio, la nostra stima, il nostro incoraggiamento e la promessa di continuare ad accompagnarli con tutta la nostra amicizia.

don Davide


Lettera ai Presbiteri

Carissimi,

lo scorso 19 marzo a Caravaggio abbiamo vissuto il primo Convegno dei Consigli Presbiterali delle Diocesi di Lombardia. Vi scriviamo con animo fraterno, nella Festa del Sacro Cuore di Gesù, giornata mondiale di preghiera per la santificazione dei sacerdoti.

Nell’esercizio della paternità affidata al nostro ministero episcopale, ci siamo posti in attento ascolto delle vostre esperienze di vita, oggi sempre più connotate da una realtà sociale in continuo cambiamento e da forme pastorali per la maggior parte di noi mutate nel tempo. Un ascolto appassionante, carico di consolazione e dal quale siamo usciti rincuorati. Un ascolto che sempre ci apre alla preghiera. E ci siamo detti: questo è il volto autentico di un presbiterio vivo e reale, espressione di tutte le stagioni della vita sacerdotale e di una multiforme varietà di incarichi pastorali.

Vi rinnoviamo la gratitudine per la fedeltà quotidiana con la quale venite in aiuto alla nostra debolezza, nella guida del popolo di Dio a noi affidato.

Viviamo un tempo che non possiamo più leggere con categorie abituali. Non si tratta solo di affrontare difficoltà nuove, ma di riconoscere che siamo dentro un cambiamento che ci supera e insieme ci coinvolge. È un tempo che può generare smarrimento, talvolta anche scoraggiamento, ma che porta con sé una promessa: quella di una Chiesa più essenziale, più fraterna, più vicina alla vita reale delle persone.

Non siete soli dentro questo passaggio. E non siete chiamati a “risolverlo”, ma ad abitarlo con fede. 

  1. Senza attraversare le fatiche non nasce nulla di nuovo

Il peso di molte responsabilità, spesso non essenziali; la sensazione di correre senza avere tempo per sostare; la difficoltà del non vedere frutti; la distanza, a volte, tra ciò che si fa e le attese della gente. E ancora: la solitudine, le relazioni non sempre semplici, il bisogno di essere sostenuti, riconosciuti, accompagnati. Le fatiche sono reali: non vogliamo né minimizzarle, né assolutizzarle.

Ma, proprio per questo, possono diventare un luogo di verità. E, se accolte nella luce dello Spirito, anche un’opportunità di conversione. Dentro queste fatiche, abbiamo colto un desiderio comune di non rassegnarsi, ma di cercare strade nuove per vivere il ministero non come un peso, ma come una nuova chiamata a cui rispondere insieme.

E qui emerge con forza un primo invito che ci scambiamo: non restiamo soli!

  1. Senza fraternità il ministero si indebolisce

Il passaggio da una visione individuale a una forma condivisa del ministero è ormai inevitabile: non è solo una scelta organizzativa, ma una questione di vita spirituale. La fraternità non è un accessorio: è il modo concreto con cui il Vangelo prende forma tra di noi. Certo, non è facile. Richiede tempo, disponibilità, anche il coraggio di esporsi. Ma è proprio qui che il ministero ritrova respiro. “Fare il prete insieme è meglio”: questa convinzione che è emersa tra voi non è uno slogan, ma una via. Percorrerla, significa mettere da parte l’esercizio di una “leadership individuale” a favore di un’autorità condivisa a servizio del popolo di Dio. Non si tratta di sminuire il vostro ruolo, ma di renderlo più conforme al Vangelo: custodendo l’unità, ascoltando davvero, valorizzando i doni di tutti.

Questo implica un passo ulteriore, decisivo: prendiamo sul serio la corresponsabilità.

  1. Senza corresponsabilità la sinodalità resta incompiuta

I laici, i diaconi, i consacrati e le consacrate non sono collaboratori “di supporto”, ma soggetti della missione. A volte fanno fatica a mettersi in gioco, è vero. Ma anche noi, talvolta, facciamo fatica a fidarci di loro fino in fondo. Lo stile sinodale diventa reale solo quando si traduce in scelte concrete, in responsabilità condivise, in processi di discernimento vissuti insieme. Diventa reale solo se nell’ascolto.

Non un ascolto formale, ma reale; che non cerca conferme, che non si limita solo a ciò che piace; ma che si apre a ciò che inquieta, mette in discussione e chiama a conversione. L’ascolto richiede tempo, silenzio, dialogo e pazienza. In una vita piena e incalzante, rischia di diventare impossibile.

Serve una generosa disponibilità per essere uomini che ascoltano, che fanno spazio, che sanno fermarsi. E che, proprio per questo, aiutano le Comunità a diventare luoghi di dialogo vero.  Le sfide di questo tempo richiedono una continua e approfondita formazione permanente.

  1. Senza formazione adeguata il cambiamento non regge

Avvertiamo tutti che non basta più una buona preparazione iniziale, né un aggiornamento sporadico. Abbiamo bisogno di una formazione continua, integrale, che tocchi la vita spirituale, ma anche quella umana, intellettuale e relazionale. Le competenze pastorali non bastano, se non sono sostenute da una maturità interiore e da una vita nello Spirito.

E qui vorremmo dirvi una parola semplice ma importante: custodiamo la nostra vita spirituale.

Non come un dovere in più, ma come il cuore di tutto. Senza questo, il rischio è di diventare funzionari stanchi; con questo, anche le fatiche trovano senso, e il ministero ritrova gioia.

Sì, perché durante il Convegno di Caravaggio non abbiamo percepito solo le difficoltà e le fatiche. Anzi, ci è parso di respirare un autentico clima di gioia. La gioia di relazioni vere, di esperienze condivise, di momenti in cui il Vangelo prende forma e illumina la vita. Una gioia che non nasce dall’assenza di problemi, ma dalla consapevolezza di essere dentro una storia che Dio continua a guidare, che Dio ha già salvato con il dono del suo Figlio.

Vorremmo dirvi: non lasciamo spegnere questa gioia.

È una gioia sorprendente, che non dipende dai risultati, ma dalla grazia di essere stati chiamati. Una gioia che si rinnova quando si riscopre l’essenziale, quando si cammina insieme, quando si vede anche un piccolo segno di vita.

Carissimi,

non abbiamo soluzioni pronte da offrirvi, ma desideriamo camminare con voi, ascoltarvi ancora, accompagnarvi. E insieme a voi vogliamo lasciarci guidare dallo Spirito, che non smette di aprire strade nuove. Affidiamo questo tempo, e ciascuno di voi, al Signore. E vi chiediamo di continuare a essere, con semplicità e verità, ciò che siete: uomini del Vangelo, dentro la vita ordinaria della nostra gente.

Maria, Madre dei sacerdoti, ci accompagni e ci custodisca.

 

Con affetto e gratitudine,

 I Vescovi della Lombardia

 Festa del Sacro Cuore di Gesù, 12 giugno 2026