Don Francesco Fontana: «In FOCr è stato un lavoro di squadra, in stile sinodale»

«In cinque anni alla Federazione Oratori Cremonesi ho visto tanti cambiamenti, ma non è venuta mai meno la generosità e il coraggio di chi vuol stare accanto ai giovani, che non sono solo destinatari della pastorale ma protagonisti». Riassume così il suo incarico alla guida della FOCr, don Francesco Fontana (in foto con i collaboratori FOCr lo scorso aprile in piazza San Pietro) che da settembre prossimo lascerà la guida degli oratori per concentrare tutte le sue energie sull’altro incarico a lui affidato, quello di prorettore del Seminario di Cremona e incaricato diocesano della Pastorale vocazionale.

Don Francesco, quali sono stati i progetti più importanti che ha seguito in questi anni?

«Abbiamo recuperato dalla tradizione precedente alcuni appuntamenti che con il Covid si erano un po’ allentati, come per esempio il pellegrinaggio a Roma dei ragazzi, diventato in questi anni il pellegrinaggio della Mistagogia. Poi ci siamo concentrati su “Giochiamoci i talenti”, cioè la scuola animatori, tra la fine di agosto l’inizio di settembre. Quindi sulla veglia dei giovani in occasione della solennità di Cristo Re, appuntamento che ha sostituito la tradizionale veglia delle Palme; questo perché il Papa ha scelto di far slittare la Giornata mondiale della gioventù che si celebra nelle diocesi dalla domenica delle Palme alla domenica di Cristo Re. Poi c’è stato la Giornata mondiale della gioventù e il Giubileo… Per quanto riguarda il resto del lavoro abbiamo continuato quel ripensamento sulla vita e l’identità dei nostri oratori, avviato con don Paolo Arienti, lavoro che ha preso il nome di “Cortile dei sogni”: una sorta di contenitore con tanti materiali per una riflessione costante sulla pastorale giovanile parrocchiale».

Qual è il filo rosso di tutte queste iniziative?

«Portare avanti e tentare di mantenere vive le relazioni con chi poi effettivamente in parrocchia e nelle unità pastorali si occupa dei giovani».

La FOCr è un punto di vista privilegiato sulla realtà degli oratori in diocesi….
«Sicuramente quello che succede oggi al mondo giovanile è molto diverso da ciò che succedeva negli anni passati. Quello che accade in oratorio e in parrocchia, cioè quello che la comunità cristiana fa per i giovani, non soltanto in oratorio ma anche in generale nel contesto della pastorale giovanile, ha del prodigioso. Il fatto che ci siano così tanti adulti che si dedicano ai più giovani, che i giovani possano essere protagonisti di iniziative e anche di attività di senso e non soltanto di svago è prodigioso».

Per esempio quando, in quale attività?

«L’avventura del Grest dice che ci sono degli adulti che credono negli adolescenti, che non sono semplicemente portatori di disagio. Offrono loro la possibilità di imparare a prendersi cura di qualcun altro più piccolo. Noi ci siamo abituati, però funziona ed è un miracolo: in nessun altro contesto c’è qualche cosa di paragonabile. Cioè, in nessun altro contesto si ha il coraggio di dare fiducia, di mettere alla prova, ma anche di accompagnare, di sostenere, di tamponare e, dove è necessario, di intervenire ad aggiustare le cose. Non si può più parlare di numeri, quel mondo non c’è più».

Quindi?

«Quello che mi è capitato di vedere stando nell’ufficio diocesano è che non è venuta meno la generosità, il coraggio di fare delle proposte ai ragazzi e di considerarli non soltanto destinatari di iniziative ma davvero protagonisti di qualche cosa di serio. Sanno mettere a disposizione il loro tempo per altri».

Le modalità di coinvolgimento dei giovani sono cambiate?

«È cambiato molto il senso di appartenenza, per cui i giovani partecipano nel momento in cui sono singolarmente coinvolti o singolarmente convinti di partecipare. Non esistono più le proposte che funzionano per i gruppi, anche perché non esistono più i gruppi o comunque sono esperienze molto limitate e rarefatte. A partire da questo cambiamento, le proposte devono il più possibile arrivare ai singoli destinatari. È complicato, ma funziona. Si punta sulla relazione personale!».

Ora il passaggio di incarichi e un passaggio di consegne…

«Io vado via ma le persone con cui ho collaborato e con le quali abbiamo guidato la pastorale giovanile in questi anni restano: suor Valentina Campana e Mattia Cabrini in primis. Quindi mi auguro che il lavoro cominciato possa continuare».

Su che cosa stavate lavorando?

«In particolare sulla costituzione di gruppi di coordinamento della pastorale giovanile e dell’oratorio a livello parrocchiale. L’idea è aiutare le nostre comunità perché ci sia qualcuno (e non soltanto il prete da solo) a farsi carico della responsabilità sulla pastorale giovanile. È un progetto sul quale stiamo lavorando da circa due anni e mezzo».

Un cambio di prospettiva?

«L’aggettivo giusto è “sinodale”: si deve superare il modello in cui l’oratorio è affidato al vicario. Non tanto perché mancano i preti, ma perché le parrocchie sono diventate sempre di più, si sono messe nell’esperienza delle unità pastorali e quindi l’idea di un prete per ogni parrocchia non è più pensabile. Ci vuole un gruppetto di persone – tra cui il prete, il consacrato o la suora, gli sposi, l’educatore professionale – che possano, insieme, in modo sinodale, in modo comunitario, guidare l’esperienza della comunità che si prende cura dei suoi figli più giovani».

Grandi sfide dunque per il futuro. Ma del passato che cosa le è rimasto nel cuore con soddisfazione?

«Una cosa di cui sono contento è stato il lavoro di squadra: un lavoro che abbiamo provato a fare in modo che fosse sinodale, nel rispetto e in collaborazione con tutte le vocazioni, per far qualcosa di buono a servizio della pastorale giovanile».

Lascia la FOCr ma mantiene la responsabilità tra i formatori del seminario, ora come pro-rettore, e la guida della pastorale vocazionale…

«Anche in questo caso si lavora in collaborazione con un’équipe e ci si interfaccia con la FOCr. Il metodo è sempre quello della condivisione e della sinodalità. In questo ambito posso anticipare che proseguiranno anche quest’anno la proposta per i giovani (La casa di Betania, cioè alcune domeniche di condivisione e vita comune) e quella per gli adolescenti (Pozzo di Giacombe, le settimane comunitarie che si ripetono durante l’anno)».