Educhiamo il nostro sguardo all’incontro con gli “invisibili”
Guardare oggi alle povertà in Italia significa sostare in un paesaggio complesso. La fragilità, infatti, non coincide più soltanto con la mancanza di reddito, ma attraversa molte dimensioni della vita: lavoro, casa, salute, relazioni, opportunità, possibilità di sentirsi parte di una comunità. Il Rapporto su povertà ed esclusione sociale di Caritas Italiana continua a consegnarci l’immagine di un Paese in cui troppe persone restano ai margini dello sguardo pubblico, in zone d’ombra che spesso non fanno notizia e non diventano priorità politica.
La povertà assoluta, secondo l’ultima rilevazione Istat disponibile, riferita al 2024, riguarda 5 milioni e 744 mila persone e 2 milioni e 224 mila famiglie: rispettivamente il 9,8% della popolazione residente e l’8,4% delle famiglie residenti. Una condizione strutturale, dunque, che colpisce i minori, le famiglie con figli, le persone sole, chi vive in condizioni abitative precarie, chi ha un lavoro povero o discontinuo. Infatti, anche lavorare, oggi, non sempre basta per vivere dignitosamente. Salari bassi, contratti instabili e costo della vita in aumento producono una vulnerabilità nuova, che riguarda anche chi fino a pochi anni fa si sarebbe percepito al riparo dall’impoverimento.
Dall’osservatorio delle Caritas diocesane emerge con forza questa trasformazione. Nel 2025 i servizi della rete Caritas hanno accompagnato 282.539 famiglie. Dietro questo numero ci sono volti, storie, biografie ferite, ma anche desideri di riscatto. Più di una persona su due presenta almeno due forme di disagio: economico e abitativo, lavorativo e relazionale, sanitario ed educativo.
Così è la povertà oggi: non sempre visibile, spesso silenziosa, frammentata, trasversale e multidimensionale. È la povertà di chi lavora, ma non riesce a vivere dignitosamente. È la solitudine di chi vive iperconnesso, ma senza relazioni significative, di chi ha un’abitazione, ma non un luogo che possa chiamare davvero “casa”. È la povertà di chi cade nella trappola dell’azzardo, di chi subisce violenza nel silenzio, di chi rinuncia al riscaldamento o alla luce.
È educativa, sanitaria, abitativa, energetica, affettiva. È l’intreccio di vulnerabilità che segna la carne viva delle persone e che ci chiama a uno sguardo capace di abitare la complessità, senza semplificare. Una rete fitta e spesso invisibile, che disegna la mappa della fragilità del nostro tempo. Non basta guardarla da lontano. Bisogna abitarla, entrarci dentro, sporcarsi le mani, lasciarsi coinvolgere, assumere lo sguardo della prossimità per consentire alla conoscenza di diventare compassione e, di conseguenza, alla compassione di tradursi in azione davvero incisiva.
Caritas, caratterizzata dalla sua missione pedagogica, si sente chiamata a formare sguardi nuovi, a consegnare alle comunità quel “cannocchiale che insegna a guardare oltre”, per usare le parole di Papa Leone XIV, nel discorso agli studenti partecipanti al Giubileo del mondo educativo, il 30 ottobre 2025.
È un’educazione che si fa cultura, che spinge la Chiesa e la società a ripensare se stesse alla luce degli ultimi, a riscoprire la democrazia della prossimità, la pace che nasce dal basso, la fraternità come architettura possibile del futuro.
Sguardi nuovi, dunque, anche per prestare attenzione a quella povertà meno visibile, ma non per questo meno grave: quella relazionale ed esistenziale. Incontriamo persone che non hanno nessuno a cui raccontare la propria fatica, famiglie isolate, adolescenti senza luoghi capaci di custodire i loro talenti, adulti schiacciati dalla vergogna di chiedere aiuto.
La solitudine, quando si intreccia con la precarietà economica, diventa un moltiplicatore di esclusione. Per questo la risposta alle povertà ha bisogno di comunità attente, parrocchie aperte, istituzioni responsabili, reti capaci di leggere i segnali prima che le fratture diventino voragini.
La prospettiva cristiana ci chiede di andare più in profondità. I poveri non sono destinatari passivi della nostra assistenza, ma fratelli e sorelle che ci aiutano a ritrovare l’essenziale del Vangelo. Di conseguenza, la carità è anche atto di giustizia, oltre che di prossimità. Ogni volta che una comunità si lascia attraversare dalla sofferenza dei poveri e prova a rispondere con intelligenza e tenerezza, essa annuncia concretamente il Vangelo.
Le povertà ci domandano politiche abitative più coraggiose, lavoro dignitoso, sostegni alle famiglie, contrasto alla povertà educativa, cura delle solitudini. Ma ci domandano anche una coscienza comunitaria più vigile, capace di indignarsi davanti all’ingiustizia e di non rassegnarsi all’idea che qualcuno debba restare “fuori campo”.
E questo nostro impegno avrà sempre più senso quando diventeremo in grado di accogliere e rintracciare quelle pietre di scarto che attendono di diventare testate d’angolo dei nostri piani pastorali, cuore dell’agenda politica, punto di partenza delle molteplici dimensioni che definiscono il nostro vivere comune.
Ancora una volta, a tutti, il nostro appello a ripartire dagli ultimi.
don Marco Pagniello
direttore Caritas Cremonese
Fonte: trimestrale diocesano “Il Mosaico”