Quando il silenzio pesa più del sole
Ci sono avvenimenti davanti ai quali la Chiesa non può rimanere zitta. Noi cristiani, in nome del Vangelo, non possiamo tacere. Anche quando l’estate rallenta il ritmo delle nostre giornate, anche quando vacanze, viaggi e riposo rischiano di anestetizzare il cuore e la coscienza.
Qualche giorno fa un ragazzo di diciannove anni, Gheorghe Marian Burjan, è morto mentre lavorava nella raccolta dei pomodori, in un paese della nostra diocesi, a pochi chilometri da Cremona. Le autorità stanno accertando con precisione le cause della tragedia e le eventuali responsabilità. È giusto che la magistratura faccia il suo corso. Ma c’è un altro giudizio che non può attendere: quello della coscienza.
Ci sono morti che durano il tempo di un titolo di giornale. Poi la vita continua. Ed è giusto che continui. Ma non è giusto che continui dimenticando.
Colpisce e spezza il cuore non soltanto la morte di questo ragazzo, ma il rischio del silenzio. Il silenzio delle nostre comunità. Il silenzio del dibattito pubblico. Anche il nostro silenzio.
E allora una domanda s’impone. Com’è possibile che tante energie vengano assorbite dalle discussioni interne alla Chiesa, dalle contrapposizioni ideologiche, dalle appartenenze, mentre la morte di un giovane lavoratore rischia di passare quasi inosservata? Quando le vicende ecclesiastiche occupano più spazio del grido di un uomo che muore lavorando, forse abbiamo smarrito l’ordine delle priorità del Vangelo.
Per questo desidero lasciarmi guidare da un uomo che, quasi settant’anni fa, seppe parlare del lavoro con una lucidità e una libertà profetica che oggi sembrano scritte per noi: don Primo Mazzolari.
In un suo discorso del Primo Maggio 1957, egli non inizia parlando di economia o di politica. Inizia parlando di persone. Chiama i lavoratori «uomini di fatica, uomini di sofferenza, uomini mal pagati, uomini di speranza». È una definizione straordinaria. Non li riduce a una categoria sociale. Ne riconosce il volto, la storia, la dignità. È lo sguardo del Vangelo.
La prima grande intuizione di Mazzolari è che davanti a Dio nessun lavoratore è uno straniero. Davanti all’altare, dice, nessuno deve sentirsi estraneo. Cristo lavoratore e san Giuseppe lavoratore fanno sentire a casa ogni uomo che vive della propria fatica. Quanto abbiamo bisogno di recuperare questo sguardo. Noi continuiamo a parlare di immigrati, di extracomunitari, di stagionali, di manodopera. Il Vangelo parla anzitutto di fratelli. E quando cambia il nome, cambia anche il nostro modo di guardare.
La seconda intuizione riguarda la sacralità del lavoro. Per Mazzolari il lavoro non è soltanto un fatto economico. È il luogo nel quale Cristo ha scelto di condividere la condizione umana. Per trent’anni il Figlio di Dio ha lavorato con mani d’uomo. Per questo la fatica non è qualcosa da sopportare, ma una realtà abitata da Dio. Umiliare il lavoro significa umiliare l’uomo; umiliare l’uomo significa ferire l’immagine stessa di Dio.
Da qui nasce una delle affermazioni più forti del suo discorso: «Chi non paga la fatica fa un sacrilegio è come il sacerdote indegno che butta via l’ostia del Signore». Mazzolari richiama il peccato, ricordato dalla tradizione cristiana, di defraudare la giusta mercede all’operaio. Non parla soltanto di un’ingiustizia sociale. Parla di un’offesa a Dio. È una parola che oggi conserva tutta la sua forza. Ogni volta che il lavoro viene ridotto a merce, ogni volta che la persona vale meno del profitto, ogni volta che la sicurezza cede il passo alla produttività, si ferisce qualcosa di sacro.
C’è poi una terza intuizione, forse la più attuale. Mazzolari ricorda che il mondo del lavoro chiedeva innanzitutto il riconoscimento della dignità della fatica umana. Non privilegi. Non favori. Dignità. Chiedeva che ogni uomo potesse lavorare, che nessuno fosse costretto a vivere sulle spalle degli altri e che il lavoro fosse sufficientemente retribuito per vivere «da uomini e da cristiani». Non basta avere un lavoro: occorre che quel lavoro custodisca la dignità della persona.
Per questo, davanti alla morte di Gheorghe, dobbiamo chiederci se, come Chiesa, siamo capaci di vedere. Se siamo capaci di ascoltare. Se siamo capaci di piangere. Se, accantonata la paura di perdere qualche privilegio o favore, siamo capaci di gridare all’ingiustizia.
La morte di Gheorghe ci obbliga a guardare quel mondo che troppo spesso preferiamo ignorare. I campi non sono soltanto luoghi di produzione. Sono luoghi nei quali si misura la qualità morale di una società. Perché il valore di un Paese non si giudica da quanto produce, ma da come custodisce la dignità di chi lavora, soprattutto quando è giovane, straniero, povero e facilmente sostituibile agli occhi del mercato.
Che cosa dice questa morte alle nostre parrocchie? Che cosa dice ai nostri consigli pastorali? Che cosa dice alle nostre messe domenicali? Che cosa dice a ciascuno di noi?
Forse ci ricorda che il Vangelo non si celebra soltanto sull’altare. Si celebra anche nei campi, nelle fabbriche, nei cantieri, nelle cucine, nei magazzini; ovunque un uomo consumi la propria fatica perché altri possano vivere.
Per questo non possiamo tacere. Non per alimentare una polemica. Non per trovare un nemico. Ma perché ogni giovane che muore lavorando interpella direttamente la nostra fede.
L’estate passerà. Le fotografie delle vacanze scompariranno dagli schermi. I pomodori arriveranno comunque sulle nostre tavole. La domanda, invece, resterà.
Don Primo concludeva quel memorabile discorso dicendo che dall’altare c’è sempre qualcosa che cammina «verso la giustizia e verso la carità».
La nostra Chiesa continua a camminare in quella direzione? Oppure il nostro silenzio, generato dall’indifferenza e dal qualunquismo contemporanei, è diventato più pesante del sole sotto il quale Gheorghe ha perso la vita?
Perché una Chiesa non diventa povera quando perde prestigio o consenso. Diventa povera quando smette di piangere con chi piange. E quando questo accade, non è il mondo ad allontanarsi dal Vangelo: è il Vangelo che non riesce più a trovare la sua voce nelle nostre parole.
Don Umberto Zanaboni
Vicepostulatore causa di beatificazione don Mazzolari
Incaricato diocesano Pastorale missionaria e migrantes
IL PRIMO MAGGIO È DI TUTTI
Don Primo Mazzolari – 1° maggio 1957
Il primo maggio, festa del lavoro, ci ritrova, come da tanti anni, nella nostra chiesa, tutti, senza distinzione: uomini di fatica, uomini di sofferenza, uomini mal pagati, uomini di speranza. Ed io credo che qualsiasi altra denominazione, qualsiasi altra qualifica, qui in chiesa, in questa mattina, sarebbe un di più, e non farebbe bene a nessuno, e non compirebbe l’affratellamento che questa giornata deve portare nei nostri animi.
Per tanti anni è rimasta una festa polemica: qualcheduno la festeggiava, qualcheduno non la voleva festeggiare; qualcheduno ci vedeva dei motivi non puliti, qualche altro la esaltava al di là forse della stessa possibilità che una festa può avere. Poi gli animi si sono chiariti. Non meravigliatevi, o miei cari fratelli, se la Chiesa il primo maggio spalanca le sue porte e dice a tutti i suoi figliuoli: «Venite, venite davanti all’altare di colui che è il Cristo lavoratore».
Non vi dovete meravigliare se la Chiesa spalanca le sue porte il primo maggio e vi dice: «Venite e ricordatevi di san Giuseppe, il lavoratore che ha mantenuto la famiglia che doveva portare al mondo il Redentore».
Dove volete trovare, o miei cari fratelli, un accordo più completo, una ispirazione più alta, una garanzia più piena di questa presenza vostra davanti all’altare, dove Cristo crocifisso, prima che a qualunque altro, a voi dice le parole che compendiano la sua missione di redenzione: «Venite a me, voi tutti che siete stanchi ed affaticati, ed io vi ristorerò». Tutti ci sentiamo a casa nostra. Qui nessuno deve sentirsi estraneo, qui nessuno deve sentire disagio.
C’è Cristo lavoratore, c’è san Giuseppe lavoratore. E, allora, miei cari fratelli, siamo in buona compagnia di due galantuomini e di due che non hanno rifiutato la fatica quotidiana; e uno ha perfino le mani forate e i piedi forati e il cuore trapassato.
E, allora, miei cari fratelli, quelle mani del Cristo lavoratore, che non portano soltanto i segni della fatica, ma anche i segni della passione e della carità infinita, ecco, vedete, sono riposo e premio, e speranza e garanzia. Perché nessuno garantisce, o miei cari fratelli, la fatica dell’uomo come il Cristo presente, lavoratore, nessuno ci dà speranza come lui e nessuno ci capisce come lui.
Voi forse vi domanderete perché la Chiesa ha atteso tanto. Ma la colpa, o miei cari fratelli, non è sempre e non è tutta della Chiesa. Può darsi benissimo, o miei cari fratelli, che qualcheduno abbia preso paura a principio di certe manifestazioni che avevano dei caratteri, non dico rivoluzionari, nel senso buono, ma sovversivi. Qualcheduno può non aver letto bene, e in fondo, l’animo vostro. Qualcheduno di noi può anche avere interpretato in una maniera non buona quella che, invece, era soltanto non l’esaltazione della forza, del numero, ma l’esaltazione della forza della fatica, della forza dell’operosità, il riconoscimento di quello che voi rappresentate e di quello che ogni uomo rappresenta nella vita. E allora, o miei cari fratelli, un pochino di torto possiamo averlo tutti e noi – voi sapete che io son sempre pronto a riconoscere i torti di casa mia e i miei torti personali –, e un pochino potete averlo anche voi, tant’è vero che qualcheduno ha paura che noi abbiamo rubato il primo maggio. Non l’abbiamo rubato il primo maggio, l’abbiamo soltanto confermato il primo maggio, l’abbiamo
soltanto garantito, l’abbiamo trasfigurato, l’abbiamo fatto diventare un primo maggio di tutti gli onesti, di tutti coloro che sentono il sacrifizio del lavoro, di tutti coloro che amano la promozione della classe operaia, di tutti coloro che si sentono fratelli agli umili, che valgono di più e che sono i primi nella gerarchia cristiana. Ecco, o miei cari fratelli, che cosa vuol dire ospitare, non rubare, il primo maggio, perché non si ruba niente a nessuno, miei cari fratelli, facendo diventare di tutti quello che è veramente di tutti. Se questa mattina foste stati presenti
alla comunione dei nostri bambini, io avrei voluto domandare: «Di chi sono questi bambini?». Ognuno, infatti, cercava il volto del proprio bambino e della propria bambina. Ma, a un certo momento, anche perché la luce diffusa della nostra chiesa faceva un’anima sola e un corpo solo dell’innocenza dei nostri bambini, così trasfigurati davanti a Cristo, io potevo dire: «Sono i nostri bambini»; e ognuno di voi poteva dire, anche quelli che non li hanno: «Sono i nostri bambini».
Ecco, o miei cari fratelli, che cosa fa diventare la religione: fa diventare buono tutto, santo tutto e comune tutto, perché la comunione vera e della gioia e del dolore e della speranza e della carità la si fa appunto qui davanti all’altare, in nome di Cristo. E allora vi pongo – perché voi non crediate che le mie parole siano soltanto campate attraverso un’esaltazione del mio animo –, vi pongo delle domande, delle domande semplici: «Con la festa del primo maggio che cosa domandava il mondo operaio?». Domandava il riconoscimento della fatica dell’uomo, che tutti sentissero il valore della fatica dell’uomo, della fatica anche la più umile, anche la più materiale, specialmente delle fatiche più pesanti. Ebbene, miei cari fratelli, non lo trovate confermato questo riconoscimento qui in chiesa? Chi è che non vi dice, chi è che non vi ricorda qui in chiesa che il primo posto, la prima dignità è quella del lavoratore?
Voi domandavate… il mondo del lavoro domandava che tutti devono lavorare.
E sta bene, perché non c’è più posto al mondo per i parassiti, per coloro che vivono sul lavoro degli altri. O d’intelligenza, o di cuore, o di mano, o di penna, in qualsiasi maniera ognuno deve contribuire alla vita dell’umanità.
Nessuno deve prelevare sulla fatica degli altri e sul lavoro degli altri. Ebbene, miei cari fratelli, proprio qui in questa chiesa, da secoli, sulla bocca di san Paolo ricordate tutti i momenti della Chiesa: che cosa si è detto e che cosa si dice? Forse quello che nessuno ha il coraggio più di ripetere, ma che noi possiamo, con la parola di san Paolo, ripetere qui davanti, questa mattina, con tranquillità: «Chi non lavora non mangi!». Queste parole non le hanno fabbricate nel secolo scorso, non le hanno messe insieme nessun uomo… Sono state pensate e sono nate, direi, sono sgorgate dal cuore di un grande discepolo di Cristo, che aveva capito, come pochi altri, il cuore del suo maestro: «Chi non lavora non mangia».
Miei cari fratelli, cosa domandava il mondo del lavoro il primo maggio? Che tutti potessero lavorare e il lavoro diventasse possibile per qualsiasi, che non ci fossero più braccia senza lavoro, perché, dietro le braccia senza lavoro, ci sono delle famiglie che non mangiano. Ebbene, miei cari fratelli, chi ha ricordato prima ancora che sorgessero i movimenti popolari per rivendicare questo diritto del lavoro? La Chiesa, la nostra religione; ne ha fatto un dovere all’uomo e ha fatto all’uomo un dovere di riconoscere il diritto agli altri di potere lavorare. Son tutte parole che non suonano estranee a quest’aria di Chiesa, anche se qualche volta gli uomini l’hanno dimenticata.
E poi c’è un’altra rivendicazione del mondo del lavoro: la fatica deve essere pagata onestamente, deve essere giustamente retribuita. Non si può domandare la fatica dell’uomo e non darle quello che giustamente merita per vivere, non per vivere appena, ma per vivere da uomini e da cristiani, per avere una casa, per avere una tranquillità, per avere nell’ora della sofferenza non il vuoto del bisogno intorno e nessuna mano che s’allunga. E, allora, miei cari fratelli, non vi ricordate che è stata appunto questa Chiesa che ha parlato di un peccato, un peccato contro lo Spirito, cioè il più grande, che non si perdonerà né in questa, né nell’altra vita: il defraudare la mercede all’operaio, qualche cosa di sacro, come un sacramento.
E chi non paga la fatica, miei cari fratelli, fa un sacrilegio, è come il sacerdote indegno che butta via l’ostia del Signore. Ecco, miei cari fratelli, come voi trovate confermate da questo spirito cristiano tutte quelle che sono le rivendicazioni fondamentali, che in nome della giustizia e in nome della fraternità il mondo del lavoro ha rivendicato, dimenticandosi che qui c’era una parola che, prima ancora che gli uomini sentissero certi richiami della giustizia, anche se non li hanno ascoltati, veniva ripetuta tutti i momenti.
Ma c’è di più, o miei cari fratelli. Il mondo del lavoro dice: «Anche noi abbiamo il diritto di partecipare alla direzione della vita pubblica, siamo anche noi dei cittadini, siamo anche noi della gente che può e deve dire, nei problemi fondamentali della vita del paese e della vita della nazione e della vita del mondo, la propria parola e far sentire la propria voce». E chi vi ha detto, miei cari fratelli, che la Chiesa vi abbia escluso, che la Chiesa abbia preferito alcune categorie, che la Chiesa vi chiuda la porta in faccia? Ma no, miei cari fratelli, quando si pensa che le beatitudini cominciano con l’esaltazione del povero: «Beati i poveri!»; quando si pensa che «i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi»; quando si pensa che intorno al Cristo, scelti da lui, non ci sono degli uomini che provengono da situazioni del denaro o di privilegio, ma provengono dalla fatica.
Perché qui non abbiamo soltanto un Cristo lavoratore, non abbiamo soltanto un san Giuseppe operaio, ma abbiamo tutti gli apostoli che hanno le mani come le vostre mani, sono degli uomini che, dopo pochi giorni dalla resurrezione, sono andati sul lago e hanno ripreso a pescare, perché non pretendevano che il maestro potesse fare un miracolo per poterli mantenere.
E, allora, miei cari fratelli, ascoltate questa vecchia mamma, che è forse più pronta di qualsiasi altro a capirvi nelle vostre attese e nelle vostre speranze. Ascoltate la parola che affratella, e che toglie tutte le differenze, e che cancella tutti quelli che sono o gli orgogli di classe o gli orgogli di denaro, e che questa mattina vi porta qui, davanti all’altare, col volto dei vostri bambini, che io ho guardato questa mattina con una compiacenza particolare, e col volto dei nostri bambini che ritroveremo nell’ora della confermazione, che lo Spirito Santo, discendendo su di loro, confermerà nel loro cuore tutta questa sofferenza, che aspira verso la propria elevazione. E chiudo, o miei cari fratelli, con un ricordo. Quest’oggi, primo maggio 1957, a Bologna, nella piazza di San Petronio, che è la piazza del grande comune bolognese, non molto lontano dall’università, che è una delle prime università fondate dalla Chiesa – perché la Chiesa ha fondato i comuni e la Chiesa ha fondato l’università e la Chiesa ha fondato anche le prime associazioni operaie fin dal medioevo, la rivoluzione francese le ha poi infrante –, nella piazza di Bologna, che è la piazza dei ricordi più grandi della storia d’Italia, questa mattina, forse in questo momento in cui vi sto parlando, viene commemorato il millenario della cancellazione o della liberazione, per dire la parola più esatta, dei servi della gleba. Mille anni fa, cioè nel 957, a Bologna, un papa, il vescovo di Bologna, l’università bolognese, in nome di Cristo, rompevano le catene di quello che anche voi avete sentito qualche volta ricordare con un senso di spavento: i servi della gleba, la povera gente che era considerata legata alla terra, come sono legati alla terra gli animali, che lavorava
senza avere una retribuzione sufficiente, che aveva soltanto il sospiro e il respiro delle feste cristiane.
Ebbene, fu la Chiesa, lo spirito cristiano, questo spirito cristiano di libertà, questo spirito cristiano di giustizia, questo spirito cristiano di fraternità nel nome di Cristo che liberava tutta la servitù della gleba della Valle Padana. E se qui ci sono i miei fratelli contadini, dovrebbero sentire l’orgoglio di prendere parte a una messa che ha il ricordo vivo di questa liberazione. Voi mi direte: «Siamo ancora lontani d’avere ritrovato quello che è l’onore, la grandezza, la dignità del lavoro». Ricordatevi però che il mondo cammina, e cammina non dietro la violenza, cammina dietro questo spirito di amore, di cui questa mattina, a mille anni di distanza, il vostro povero prete che vi guarda con una compiacenza particolare, può dire con orgoglio, lui credente in questa forza divina: «Miei cari fratelli lavoratori, da questo altare c’è sempre qualche cosa che cammina verso la giustizia e verso la carità».