Comunità energetiche: un nuovo modo di abitare: dal “fare” allo “stare” insieme

Come spesso accade, anche sulle comunità energetiche rinnovabili e solidali (Cers) ci si divide. C’è chi ne parla con entusiasmo e chi le denigra. C’è chi prova a valutarne la fattibilità e chi le ritiene inutili. C’è chi le sposa e chi le rifiuta. Anche nella comunità ecclesiale non è bastato l’endorsement di Papa Francesco in Laudato si’ 179. Le ragioni possono essere molteplici, ma un aspetto centrale è la fatica a creare comunità. Se fosse proprio questo il nocciolo della questione? Ovvero, la difficoltà numero uno è anche la potenzialità vera che richiede a tutti un salto di qualità. Le cose belle non sono mai facili: è impossibile scalare una vetta senza sudare.

Le Cers si sostengono su tre punti fermi.

Il primo è dato dall’intenzione di rendere concreto il magistero sociale. Le comunità energetiche sono diventate una forma di impegno (non l’unico!) per la messa a terra dell’ecologia integrale. Si cerca di abbandonare la dipendenza dai combustibili fossili per traslocare verso fonti rinnovabili.

Il secondo punto consiste nel dare risposta alla povertà energetica, che si è manifestata sempre più aggressiva negli ultimi anni, soprattutto in seguito ai prezzi altalenanti dell’energia. Di povertà energetica si sono ammalate non solo le famiglie che nuotano nell’indigenza, ma anche strutture e istituzioni che si sono viste moltiplicati i costi delle bollette: amministrazioni comunali, imprese, scuole, oratori, centri per anziani…

Il terzo aspetto è la cucitura dei due temi attraverso il concetto di comunità. Sappiamo quanto sia facile oggi degradarlo, ma tutti riconoscono che un vero cambio di passo culturale si mostra nella possibilità o meno di rinnovare le reti relazionali delle città.

Lo sponsor più convinto è proprio Laudato si’: ogni impegno comunitario ha anche un risvolto spirituale. Infatti, la conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria (da Laudato si’ 219). Di fronte all’anonimato di molti luoghi, all’asfissia dentro a stanze stantie e al ripiegamento nell’io odiatore seriale, la fede cristiana consente uno sguardo di speranza se si ha il coraggio di relazioni di prossimità e di condivisione. Si tratta di vivere inseriti in una rete di comunione e di appartenenza (LS 148). Ciò comporta anche un cambio di mentalità. Se il nostro sentirci individui ha partorito gli alloggi, gli appartamenti, i recinti, le sacrestie e una marea di solitudine, il cambio di direzione rappresentato dalla comunità parte dal “fare insieme” per finire a “stare insieme”. Come scrivono Johnny Dotti e Chiara Nogarotto, «il tentativo di realtà di abitare generativo è riconnettere l’hardware, l’immobile, con il software, le dimensioni dell’esistenza, che sono strettamente intrecciate all’abitare, come il lavoro, la cura, l’educazione, la cultura».

La stessa enciclica Laudato si’ ricorda che, laddove ci si preoccupa di realizzare, proteggere, migliorare o abbellire qualcosa che è di tutti, si sviluppano o si recuperano legami e sorge un nuovo tessuto sociale locale. Così una comunità si libera dall’indifferenza consumistica (LS 232).

Dunque, le Cers non vanno valutate a partire dall’esclusivo guadagno economico. Saremmo dentro a un triste materialismo di ritorno. Solo uno sguardo che ne considera la sostenibilità ambientale e l’impatto sociale rende ragione di un investimento pastorale, economico e culturale molto importante. Queste intense esperienze spirituali trasformano i luoghi, che smettono di essere un inferno (LS 148) per diventare contesti di vita degna e fraterna. L’espressione ricorda la celebre conclusione del libro Le città invisibili di Italo Calvino. Davanti alla riflessione che tutto può rivelarsi inutile se l’inferno è destinato a prevalere, Marco Polo risponde con un messaggio di speranza: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

Chi scommette sulle Cers non pensa che ogni ripiegamento narcisistico sugli affari propri sia generativo di futuro. Non intende diventare parte di un inferno sterile. La comunità energetica rappresenta una nuova forma di abitare i territori dove trova spazio ciò che inferno non è e si cerca di farlo durare. Perché ciò possa avvenire, c’è bisogno di cura: cura delle relazioni, cura dei beni comuni, cura di ciò che ci appartiene e ci accomuna, cura delle comunità. Così la vita sociale diventa feconda.

In un potente verso poetico Mariangela Gualtieri esprime il concetto con queste parole: «Siamo terra feconda. Ciò che amiamo c’ingravida sempre». Parafrasando Antoine de Saint-Exupery, vale anche per le Cers una profonda verità: «Che si tratti di una casa, delle stelle o del deserto, quello che fa la loro bellezza è invisibile».

Non lo cercheremo nelle nostre tasche, ma nei sorrisi, negli sguardi, nei cammini condivisi e nelle strette di mano.

Saremo abili nell’abitare inclusivo, aperto e accogliente. Esperti di alleanze.

don Bruno Bignami
direttore Ufficio nazionale CEI
per i problemi sociali e il lavoro

 

Fonte: trimestrale diocesano “Il Mosaico”

 

 

CER: un’energia pulita che fa comunità