Convegno Caritas: nel pane una parola e un volto che hanno il sapore di una comunità unita

 

Il pane, con il suo valore simbolico e la sua capacità di creare legami, è stato il filo conduttore del convegno “Pane nostro. Nel pane una parola e un volto”, rivolto agli operatori e ai volontari della carità e svoltosi nella mattinata di sabato 7 novembre al Centro pastorale diocesano di Cremona. L’iniziativa, promossa dalla Caritas diocesana nel contesto della festa patronale di sant’Omobono “padre dei poveri” (13 novembre) e della 10ª Giornata mondiale dei poveri (15 novembre), è stata introdotta dal direttore di Caritas diocesana don Pierluigi Codazzi. Quindi ad approfondire il tema sono intervenuti don Maurizio Compiani, biblista e docente di Teologia all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Cremona, e il professor Giovanni Aresi, docente e ricercatore presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. I relatori hanno affrontato il significato del pane e del banchetto da prospettive teologiche, antropologiche e psicosociali.

Partendo dall’analisi biblica della preghiera del Padre nostro, della manna, dell’Ultima Cena e delle parabole del Regno, don Compiani si è soffermato sul significato teologico del pane, del dono e della difficoltà umana ad accogliere l’amore gratuito di Dio. «Nei Vangeli, attraverso le parabole, ricorrono i temi del cibo e del banchetto, come in quella degli invitati alle nozze. Tuttavia, esse insistono sul fatto che ci sia una sorta di rifiuto di fronte a questo immenso dono: come se l’essere umano fosse incapace di credere che Dio lo ami davvero». Questa difficoltà ad accogliere l’amore gratuito può nascere «a causa dei sensi di colpa, del sospetto o della difficoltà ad accettare un amore che non richiede uno scambio alla pari». Da qui l’invito a farsi dono, a «essere pane spezzato», per rimuovere quel velo di fallimento e di ignominia «affinché si possa avviare un cambiamento concreto e positivo nella propria vita».

Dal pane come dono teologico si è poi passati al pane come esperienza concreta di condivisione. Il professor Aresi ha infatti spostato l’attenzione sul lavoro di comunità, sull’integrazione e sulla reciprocità del volontariato: «Il mangiare assolve un bisogno primario e, contemporaneamente, soddisfa quello dello stare insieme». A partire da alcuni studi condotti dal Cerisvico, il centro di ricerca dell’Università Cattolica che si occupa di sviluppo di comunità e processi di convivenza, ​​​​​​​il relatore ha presentato i risultati dei percorsi di affiancamento tra adulti e minori stranieri non accompagnati in uscita dal sistema di accoglienza. «Il mentoring ha portato alla costruzione di relazioni di reciprocità tra l’assistito e l’accompagnatore, come nel caso delle attività culinarie». Il racconto di un’esperienza di volontariato di una studentessa straniera ha inoltre riassunto il valore del volontariato come strumento di integrazione per persone provenienti da culture e contesti sociali differenti. «La condivisione della tavola va oltre il mero assistenzialismo, mentre il volontariato può favorire l’incontro tra generazioni e il superamento di tante barriere, perché la persona ci restituisce la sua presenza, i suoi bisogni, la sua interezza».

Nella seconda parte della mattinata è stato dato spazio alla presentazione di alcune esperienze e proposte proprio in merito al contrasto della povertà alimentare e alla distribuzione dei pacchi alimentari, come i centri di ascolto parrocchiali Caritas e San Vincenzo, evidenziando la valenza del “cibo dell’incontro” (la comunità e i momenti conviviali), oltre che al nuovo progetto “Pane nostro” di Caritas Cremonese presso la struttura di San Savino.

 

Pacchi alimentari – San Vincenzo di Cristo Re (Cremona)

Un pacco alimentare come occasione di solidarietà e socialità, una consegna di beni materiali accompagnata dalla gratitudine per il tempo dedicato. Su queste direttrici si svolge l’attività caritativa della San Vincenzo de’ Paoli della parrocchia di Cristo Re, a Cremona. Al centro del servizio c’è la cura della relazione con gli «assistiti», come ama chiamarli la vincenziana Silvia Grassi, che al convegno diocesano ha offerto una fotografia dell’impegno: 48 famiglie seguite in modo continuativo (di cui una ventina italiane) per un totale di circa 120 persone; 617 pacchi distribuiti da gennaio a ottobre.

Attorno alla distribuzione degli alimenti, e al centro d’ascolto, ruotano tutte le principali attività di sostegno alle persone indigenti della San Vincenzo, sostenuta anche dalla raccolta di offerte dopo le Messe ogni prima domenica del mese e talvolta anche di beni di prima necessità.

Per accedere agli aiuti i richiedenti vengono registrati alla Caritas. In questo modo «cerchiamo di conoscere meglio le famiglie. In un periodo in cui tutto è diventato più caro, ma non gli stipendi, e tante sono le difficoltà delle famiglie numerose, non ci piace definirle semplicemente povere». La creazione di un legame diventa il fondamento del servizio, anche porta a porta per anziani, persone sole e famiglie in difficoltà. «Alcune volte, sulla soglia di casa o al centro di ascolto, – ha raccontato Grassi – si finisce per fare una chiacchierata o per scambiarsi consigli. Cerchiamo di rendere personale sia la consegna sia la relazione con l’assistito. Con la consegna del pacco doniamo anche un po’ di tempo e la visita a domicilio diventa un’occasione di incontro in cui entrare in contatto con le difficoltà e la dignità di queste persone».

«Oltre alla disponibilità durante l’apertura del centro di ascolto, spesso accompagniamo le persone alle visite mediche, ai centri sociali e nei loro percorsi di accompagnamento – ha affermato ancora Grassi –. Il bello di tutto questo è che molto spesso è più quello che riceviamo di quello che doniamo: percepiamo riconoscenza e gratitudine da parte di queste persone. Pur lasciando loro la libertà nelle proprie scelte, a volte discutibili, proprio da questa libertà passa il rispetto per la loro indipendenza. E per il nostro servizio di ascolto e presenza».

 

Pasti a domicilio – Gruppo giovani Ziast (Cremona)

Quando si dice che una pietanza è cucinata con amore, di solito è perché ha una sfumatura di sapore in più. Se a prepararla – e a consegnarla con un sorriso – è un gruppo di giovani volenterosi e intraprendenti, allora diventa veramente occasione di festa e di una comunità che ritrova se stessa, anche nei confronti di chi è ai margini. Così come accade a Cremona nell’unità pastorale Madre di speranza (San Bernardo, Borgo Loreto, Zaist e Maristella) dove, con un progettualità partita dal basso, un gruppo di persone tra i 20 e i 40 anni ha scelto di offrire un servizio di consegna dei pasti ad alcune persone segnalate dalla Caritas. Lorenzo Pini, uno dei volontari, ha raccontato questa esperienza in occasione del convegno degli operatori della carità di ieri: «Un’iniziativa nata allo Zaist ai tempi del Covid. Come gruppo giovani della parrocchia andavamo a ritirare i pasti preparati dalla cucina del Seminario per consegnarli a una decina di famiglie del quartiere già seguite dalla Caritas».

Terminata la pandemia, e il sostegno economico al progetto, i giovani non si sono arresi e hanno deciso di non interrompere questa esperienza di carità. «Da due anni – ha raccontato Pini – abbiamo scelto di rimetterci in gioco: abbiamo cominciato a cucinare i pasti da noi, negli ambienti dell’oratorio, coinvolgendo nella preparazione anche giovani coppie e allargando la distribuzione con l’aiuto di alcuni adolescenti. Alcune delle famiglie che aiutiamo non hanno neppure il microonde e servono termos per mantenere calde le porzioni che portiamo verso mezzogiorno».

Il progetto oggi si svolge in occasione dei periodi forti dell’anno, come le domeniche di Quaresima e di Avvento, oltre che la vigilia di Natale. Da due anni, inoltre, la parrocchia dello Zaist promuove, in una di quelle domeniche, un pranzo comunitario con le altre parrocchie, aperto a tutti: sia alle persone indigenti che ai vari gruppi parrocchiali: «La parrocchia offre il primo, ciascuno porta qualcosa di secondo. A chi non contribuisce alla spesa non chiediamo nulla, perché potrebbe appartenere alla fascia più sensibile», ha spiegato Pini. Il cibo – e la tavola – diventano dunque una concreta occasione per stare insieme e sentirsi meno soli.

L’obiettivo ora è ampliare il numero dei volontari coinvolgendo l’intera unità pastorale, con l’idea di far preparare ai bambini del catechismo biglietti di auguri da mettere nella borsina con il pasto.

 

 

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