Il vescovo Napolioni nella festa della Sacra Famiglia e a 50 anni dalla legge sul divorzio: «Ogni briciola di vita familiare è sacra e va custodita» (VIDEO)

Profonda riflessione di monsignor Napolioni sulla santità ma anche sulle fragilità e le sofferenze delle famiglie oggi: «Se non rispartiamo dalla famiglia così com'è su cosa fonderemo il nostro futuro?»

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Nella festa liturgica della Sacra famiglia di Nazareth, il vescovo Antonio Napolioni ha celebrato la Messa delle 11 in Cattedrale e – dopo la proclamazione del Vangelo di Luca nel passaggio che riporta il breve racconto dell’infanzia di Gesù – ha proposto durante la sua omelia una riflessione sulla famiglia del nostro tempo, a poche settimane dal 50° anniversario della legge che ha introdotto il divorzio in Italia, una ricorrenza – ha sottolineato – «ricordata con un certo entusiasmo» dai media nazionali.

La riflessione di monsignor Napolioni muove i passi però dalla definizione di ciò che è sacro e santo: «Certo la Famiglia di Nazareth – ha osservato – è santa e sacra. Ma che cosa è sacro? Sono sacre le “cose di Chiesa” – ha continuato – ma molto più sacro è l’uomo vivente, la vita umana, ogni famiglia, ogni briciola di esistenza… perché è dono di Dio». Così il matrimonio che «consacra il rapporto tra un uomo e una donna: il sacro vincolo, il legame che davanti a Dio due creature fragili si scambiano per sempre». Che cos’è invece – si è chiesto e ha chiesto poi il Vescovo – la santità di una famiglia. «Non che ogni famiglia si santa. La santità è la risposta quotidiana con cui corrispondiamo a un dono di Dio: lui ha fatto di noi una cosa sacra, bisogna vivere oggi questa santità».

Così richiamando la “fotografia di vita feriale” di Maria e Giuseppe raccolta dall’evangelista mons. Napolioni ha osservato come «La luce che viene dalla Santa famiglia è accessibile, accogliente: non è come quelle famiglie di qualche rotocalco o pubblicità che sembrano idealizzate, ma è una famiglia che sperimenta prove, sofferenza e che fatica a corrispondere a ciò che il Signore ha posto in essa».

Così, passando per la fatica e la sofferenza monsignor Napolioni ha proposto una riflessione sull’attualità, richiamando la legge sul divorzio: «Cosa ne pensa la comunità cristiana 50 anni dopo? Non dobbiamo dividerci in interpretazioni unilaterali: quando la società riconosce che all’interno della famiglia esistono violenze e sopraffazioni nei confronti dei più deboli non si può usare l’indissolubilità del matrimonio per dire “soffri e taci”, per diventare complici di ingiustizie e violenze. E la Chiesa già allora infatti sosteneva che davanti all’impossibilità di stare insieme in armonia il male minore era la separazione…».  La porta aperta dal legislatore – ha poi aggiunto il Vescovo è diventata un portone e poi un’autostrada, con un riferimento alla eccessiva semplificazione della pratica del divorzio: «Oggi il divorzio è un attimo – ha osservato – pochi mesi  di collaudo dopo la separazione e poi magari anni di rimpianti».

«La comunità cristiana – ha poi proseguito l’omelia – si è accorta in questi anni di non poter essere giudice freddo di fronte a storie famigliari in cui nessuna briciola di amore vero, di sofferenza, di dignità può andare sprecata, perché ogni briciola di vita famigliare è sacra e va custodita, fosse anche la vita di un divorziato, una coppia che si riforma… situazioni che eravamo soliti definire “irregolari” o peggio da pubblici peccatori. Non le vogliamo proporre come modello di vita, ma le dobbiamo assumere come le porzioni della nostra mensa comune, come le membra del nostro stesso corpo».

Qui il vescovo Napolioni ha ricordato i due Sinodi voluti dal Papa e il riferimento alla Amoris Laetitia, «un testo che fa il punto in maniera saggia, paterna e coraggiosa di che cos’è la famiglia oggi e di come la Chiesa annuncia il Vangelo nella possibilità di essere famiglie sacro-sante pur con tutte le proprie fragilità, famiglie amate da Dio che si aiutano perché riconoscono che nessuno ce la fa da solo e si crea una rete di solidarietà: una famiglia di famiglie».

Questo – ha concluso – «credo sia un messaggio potente, indispensabile per il futuro dell’umanità e di questo Paese: se non ripartiamo dalla famiglia così com’è, con tutte le sue sofferenze, accogliendo la storia di ciascuno, prendendoci cura per quanto possibile e nel rispetto delle libertà di ogni passo che ognuno può compiere, su che cosa fonderemo una convivenza giusta e pacifica, su che cosa fonderemo la possibilità d un futuro delle nuove generazioni? Sugli automatismi della tecnologia? Non demonizziamo ciò che la tecnologia ci offre, non buttiamo la scoperta del vaccino che oggi inizia a darci speranza nei confronti della pandemia, ma c’è una pandemia dell’anima che solo la carità di cristo e la fantasia dei credenti può vincere, credendo che ogni brandello di famiglia è benedetto da Dio, come custodiamo con scrupolo i frammenti dell’Eucaristia la stessa amorevolezza ci sia data nei confronti delle nostre famiglie che a volte vano a pezzi. Il Signore da quei pezzi può ricostituire un progetto, un sogno, una bellezza che noi neppure immaginiamo».

TeleRadio Cremona Cittanova