Un giornata di preghiera per i fratelli cristiani d’Oriente

Don Federico Celini, incaricato diocesano per ecumenismo e dialogo interreligioso, parla della difficile situazione dei cristiani orientali: «Questi nostri fratelli sono vittime di discriminazioni e di terribili violenze e molti di loro sono costretti ad emigrare»

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Si celebra domenica 9 maggio la “Giornata dei cristiani d’oriente”, nata in Francia negli ultimi anni e che ormai ha assunto una rilevanza internazionale. Ne abbiamo parlato con don Federico Celini, incaricato diocesano per la pastorale ecumenica e il dialogo interreligioso.

Don Federico, di che cosa si tratta?

«È una “giornata internazionale in comunione di preghiera”, promossa dalla associazione “Œuvre d’Orient” (fondata nel 1856, inizialmente per venire in soccorso dei bambini del Libano, riconosciuta con personalità giuridica ecclesiastica e collocata sotto il patronato dell’Arcivescovo di Parigi), che opera a fianco dei cristiani orientali (latini, maroniti, siriaci, copti, greco-melkiti, greco-cattolici romani e ucraini, etiopi, siro-malancaresi, siro-malabarici, caldei, armeni, ortodossi, riformati…) presenti in 23 Paesi, tra cui Terra Santa, Libano, Siria, Iraq, Libano, Yemen… Si tiene ogni VI Domenica del Tempo Pasquale e ha l’intento, attraverso molteplici iniziative, di riscoprire le origini del Cristianesimo, di sensibilizzare in merito alle situazioni di drammatica persecuzione che quei nostri fratelli vivono, di incontrarli e sostenere la loro “causa”».

In che cosa consiste la loro “causa”?

«Questa “causa” è di estrema e drammatica attualità e sono numerose e pressanti le ragioni per sostenerla. Questi nostri fratelli, che si riconoscono nella stessa fede nel Risorto, sono vittime di discriminazioni e di terribili violenze nelle loro stesse terre (tanti di loro sono stati e sono tuttora sgozzati, trucidati, fucilati… a motivo della fede), per cui moltissimi di loro sono costretti ad emigrare. Basti pensare che nella sola Siria la presenza dei cristiani, in soli dieci anni di guerra, si è ridotta dal 25% al 4% della popolazione complessiva. Sono inoltre i custodi del patrimonio materiale e culturale (i luoghi di culto) e soprattutto spirituale (carità, fede, speranza…). Dunque, la prospettiva di un Medio Oriente privo dei suoi cristiani risulta del tutto inimmaginabile, anche considerando che il Cristianesimo è nato e si è sviluppato inizialmente proprio lì».

Quale, più precisamente, il valore della loro presenza in quelle terre?

«I cristiani orientali sono molto attivi in tutti gli ambiti delle società in cui sono nati e riescono – finora – a vivere. Sono presenti e dinamici nel campo della sanità, attraverso tantissimi dispensari, ospedali, centri per diversamente abili, orfanotrofi… in cui accolgono tutti, senza alcuna distinzione né di provenienza, né di religione, né di altro. Di rilievo è anche l’azione volta a promuovere l’integrazione della donna nella società, in un contesto culturale in cui ciò non è certamente favorito. Insomma, i cristiani d’oriente sono ambasciatori e attori di riconciliazione, di pace, di dialogo ecumenico e interreligioso».

Come i Cristiani d’Oriente vivono questa giornata?

«Collocata, sin dall’inizio, “sotto lo sguardo di Maria”, è per loro un momento di vera e grande festa: quanto è importante sentirsi ricordati, compresi, sostenuti, sapere che l’Occidente cristiano prega per loro e li ama»

Lei si è recato personalmente in Libano e in Siria….

«Sì, appena prima dello scoppio della pandemia ho avuto l’occasione di accompagnare l’icona, benedetta da Papa Francesco con il titolo “Maria dei dolori, consolatrice del popolo siriano” perché fosse portata ed esposta in tutte le diocesi siriane. Invitato da Padre Charbel Eid, collaboratore di ACN (Aid to the Church in Need – Aiuto alla Chiesa che Soffre), a cui era stata affidata l’effigie per questo “pellegrinaggio” di straordinario significato, ho avuto modo di toccare con mano l’immane tragedia in cui sono immersi quei nostri fratelli a motivo della loro fede in Cristo. Le persecuzioni e i rischi a cui vengono sottoposti sono incessanti, aggravati ulteriormente dalle devastanti distruzioni della guerra in Siria e dalla drammatica situazione economica e sociale che ha colpito il Libano, aggravata ulteriormente, oltre che dalla pandemia, dall’esplosione avvenuta lo scorso agosto al porto di Beirut, che ha davvero messo in ginocchio il Paese. E mi resterà sempre nel cuore la testimonianza, colta nelle comunità cristiane che ho incontrato. di una fede radicata, convinta, essenziale, che rappresenta la loro vera ragione di vita, vissuta nella consapevole accettazione della possibilità – tutt’altro che remota! – del martirio. E poi le opere di carità, realizzate con pochissimi mezzi, ma con eroica dedizione… e la speranza, condivisa e comunicata con passione, in un futuro che sarà migliore, grazie alla preghiera e al sostegno di tutti i cristiani».

TeleRadio Cremona Cittanova