Oratori verso l’estate: «Educare è la nostra missione»

Alla vigilia della stagione dei Grest il punto dell’incaricato di pastorale giovanile don Arienti: «Cambiano regole e strumenti, ma il metodo-oratorio non è qualcosa di cui si può fare a meno»
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Ultimi giorni di scuola. L’estate è alle porte e negli oratori c’è fermento per l’inizio del Grest. Qualcuno è già sulla linea del via, c’è chi ha pubblicato sui social una cerimonia di inaugurazione, c’è chi – invece – è alle prese con la raccolta delle iscrizione e la messa a punto dei dettagli organizzativi. Che (per l’appunto)… non sono un dettaglio.

È don Paolo Arienti, incaricato diocesano di pastorale giovanile e presidente della Federazione oratori cremonesi a mettere a fuoco gli orizzonti che si aprono all’apertura della stagione «più giovane» dell’anno: «Sarà un’estate di rilancio. Venendo meno qualche restrizione anche noi vogliamo partecipare al clima generale di ripartenza, uscire allo scoperto. Si avverte meno la pressione delle norme, anche se è chiaro a tutti che non sia una sorta di “tana libera tutti”».

Che cosa hanno imparato le parrocchie dall’estate 2020?

«A far fronte ad un sistema di norme: ci siamo allenati all’idea che le attività in oratorio non siano deregolate. E poi è emersa la necessità della presenza adulta: questo in qualche modo ha sparigliato il modello tradizionale che fondava sull’impegno degli adolescenti come animatori nella catena educativa. L’adulto non è uno straniero in oratorio: nemmeno d’estate. La domanda ora riguarda la disponibilità degli adulti».

Ha parlato di un modello: in diocesi è avviato da prima del Covid un percorso di ripensamento del «Cortile dei sogni». Che direzione ha preso?

«Il modello oratorio nasceva dalla prassi, dalla vita delle parrocchie, non era teoria, ma frutto di scelte e disponibilità della carità educativa delle comunità. Ora qualcuno tornerà qualche passo indietro, altri cercheranno nuove strade. Il punto chiave è che il tema educativo resti essenziale. Possiamo rivedere gli strumenti, ma non dobbiamo cadere nella trappola di pensare che si possa fare a meno di educare: l’oratorio come metodo non può essere considerato accessorio».

Le esigenze di sicurezza hanno ridotto le differenze tra il Grest e gli altri centri estivi?

«Le famiglie oggi scelgono dove mandare il proprio figlio. La differenza è che per noi dev’essere un’occasione per sperimentare il Vangelo nelle relazioni, nel gioco… Il Grest non è il “ramo aziendale” della comunità cristiana, ma un’occasione missionaria. Questo non significa che l’oratorio non sia anche un luogo di risposte a bisogni sociali, che richiedono di investire di più sulla qualità educativa».

Quali sono le sfide educative da raccogliere oggi?

«Anzitutto che la comunità adulta non smetta di interrogarsi sull’emergenza educativa. Dalla parte dei ragazzi, invece, si fatica con le preiscrizione dei ragazzi delle medie. È l’età più colpita dal ritiro sociale. Durante il lockdown erano a casa da soli, hanno sperimentato una forma inedita di libertà. Faticano oggi ad essere “animati” da qualcuno».

Come fare?

«Tornando a fare proposte di bellezza e di significato, come i campi scuola. Recuperando le relazioni, la corporeità. Non è ancor il tempo delle analisi scientifiche. È il tempo dell’esperienza».