Gli adolescenti al Grest, “fratelli maggiori” per un laboratorio di comunità

Una riflessione di don Paolo Arienti sull'estate in Oratorio e sulla passione educativa che lo rende un'esperienza diversa dalle altre
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Dopo molto tempo l’estate 2021 si spacchetta in tante proposte educative: camp sportivi, grest, centri estivi comunali, a testimonianza della preziosità della partita, e non solo in termini economici. Per mesi ci siamo ridetti: la relazione educativa, la socialità, il coinvolgimento nella rete comunitaria ci sono mancati, generando assenze e smarrimenti troppo costosi. E si è cercato di ripartire, assaporando la bellezza delle tanto sospirate relazioni “in presenza”.

Il problema, è bene ribadirlo, non è stato ritornare nel più breve tempo possibile allo stato ante pandemia, come se esistesse un modello educativo prestabilito, installatosi nel tempo e cristallizzato nelle forme.

È vero, e ce lo siamo detti senza troppi giri di parole, che nel tempo, mutando le condizioni, ad esempio del tempo scuola e delle famiglie, le esigenze di una sempre più complessa conciliazione sono come ribalzate anche sull’estate, degli Oratori e non: anticipi mattutini, mense, uscite, quote ridotte o evaporate per le (tante) situazioni di disagio… tanto che da tempo ci si dice “ma noi non siamo assistenti sociali”. Vero, si è altro, dentro però una storia concreta, impastata di problemi, a volte frettolosamente delegati da adulti improbabili. Perché – e questo vale per tante, troppe questioni – a far fatica prima degli adolescenti e dei ragazzini è il mondo adulto.

Dentro questa storia gli Oratori si sono variamente posizionati, condividendo come minimo comun denominatore il “tempo estivo da abitare” come opportunità, innescando processi animativi, a volte molto semplici e ripetitivi, a volte originali e più articolati.

Nel tempo si è creata una consuetudine che assomiglia non poco ad un modello, consolidato “dal basso”, reso stabile dalla contaminazione, sussidiato con alterne fortune prima dalla libera iniziativa di qualche appassionato, poi da un sistema sempre più complesso e razionale frutto di sinergie regionali.

Nel tempo si è consolidato anche un altro fattore: una sorta di binomio preti-adolescenti, un po’ alimentato dalla generosa leadership dei primi e dalla sovrabbondanza di presenze dei secondi. Con qualche correttivo via via in crescendo negli ultimi anni, come l’inserimento di figure “più grandi” (è comparso il ruolo del coordinatore), a volte professionali, sempre più spesso adulte. E questo un poco prima delle costringenti norme anti-covid, soprattutto in ragione della sempre maggior fragilità di competenze dei giovanissimi e a fronte di rapporti numerici non sempre equilibrati. Si è parlato sempre più spesso di un nuovo focus adolescenti e del loro essere forse la ragione di tante attività estive. A ben vedere, un’altra implicita forma di conciliazione, non direttamente familiare, più comunitaria, più legata ai bisogni di una fascia di età delicata.

Dall’estate 2020 qualcosa è radicalmente mutato: il modello-consuetudine è stato come smantellato dalla tempesta pandemica e dalle restrizioni operative; ci si è un po’ reinventati. Diverse comunità hanno passato mano, altre hanno provato ad abitare le norme ridefinendo spazi, tempi e modalità di approccio.

È sorta la sfida dei “piccoli gruppi” ed è comparsa una domanda grande: quale rapporto tra quantità e qualità delle proposte educative?

con tutte le ramificazioni del caso (l’ingaggio esclusivo degli adolescenti, il “ritorno” degli adulti, la capillarità della proposta, il suo carattere missionario…). Una sfida che si è saldata con altri snodi, in bilico tra profezia e fatica: in primis il lavoro di rete intra-ecclesiale e sul territorio (dalle istituzioni alle altre agenzie educative).

L’estate 2021 è arrivata puntuale a riproporre alcune domande e a rilanciare il desiderio dell’educativo, complici una più aperta condizione generale e un rinnovato bisogno di socialità.

Ancora una volta, e in forma ben più marcata che in passato, gli Oratori non si sono ritrovati soli nell’abitazione del tempo estivo. È addirittura comparso un piano ponte scolastico che ha consentito ad alcuni istituti di riorganizzare attività proprio in estate, scardinando la barriera dei 200 giorni di curricolo. Sono fiorite ancora di più offerte “tipo grest”, anche in capo alle Amministrazioni locali. E a volte alcune comunità cristiane hanno segnato il passo, per fragilità che il covid ha sicuramente accelerato più che causato.

Tutti questi passaggi sono la cronaca minuta e sintetica di un’evoluzione importante, legata a doppio filo alla questione demografica e alla contrazione non banale dell’identità comunitaria di famiglie e ragazzi. Lo si è detto tante volte:

dentro questo scenario l’Oratorio diventa ancora di più un metodo, oltre che un luogo; e dell’Oratorio come strumento di accoglienza, prossimità e cura c’è ancora bisogno, oggi più di ieri.

In queste settimane i grest corrono e si ripresenta quell’alchimia provvidenziale che sostanzia il vero metodo dell’oratorio estivo. Agli Oratori da sempre sta a cuore la catena educativa, nella chiara coscienza che si tratta di tentativi, semina, approcci che interpellano libertà messe a confronto con la grazia dell’esperienza, senza la quale evapora il concetto stesso di educazione e ci si ritrova a far prediche a chiesa vuota.

Quella degli adolescenti è questione delicata, spesso difficile che però è essenziale tenersi ben stretta. Altre esperienze, adulte e professionalizzate, benché legittime, non condividono questo respiro:

la proposta oratoriana non si potrà mai confondere con una prestazione di servizio o un baby-parking, perché nel suo dna sta la vocazione alla costruzione di un tessuto comunitario, reso possibile, anche oltre le appartenenze ufficiali, dallo sguardo del Vangelo.

Quest’ultimo sì diventa il metro, il metodo, lo stile della proposta estiva, tanto da giustificare l’investimento su di una catena che trasforma tutti in fratelli e restituisce a ciascuno punti di riferimento molto più profondi dei ruoli, saldandosi con il cuore stesso dell’educativo che ha sempre bisogno di una visione antropologica forte.

Fare attività con i ragazzi, ed in particolare con la “bislacca adolescenza”, significa proporre un modello di comunità fraterna, mai perfetto, ma sempre giocato su sguardi di fiducia e desideri di bene. E significa dare volto e cuore alla sfida della vocazione; sì la vocazione rivolta a questi ragazzi più grandi perché si riscoprano fratelli maggiori e lo facciano con un po’ di stupore, ogni volta con qualche consapevolezza in più, ed insieme si faccia strada. Solo così la cura e la prossimità diventano nutrimento dell’umano. Un tirocinio di servizio e di senso che non ha eguali, nemmeno nella scuola e che non perde il proprio valore sulla base della sola efficacia numerica. Per loro, i ragazzi, non si tratta di prestarsi per un lavoro; non è una pcto improvvisata né un semplice riempitivo di un tempo immaginato come infinito: è, appunto, chiamata alla vita, risposta ad un appello, perché la prossimità abiti in volti, nomi e storie.

Lavorare con gli adolescenti, lavorare per la costruzione di uno stile comunitario è già missione, è già evangelizzazione. E dunque è già risposta alla domanda di sempre: perché?

Qui sta un pezzo importante di quello che ci ostiniamo a chiamare Oratorio.

don Paolo Arienti
incaricato diocesano di Pastorale Giovanile