Nella chiesa di Sant’Ambrogio l’incontro tra il rigore geometrico di Giovanni Muzio e la materia viva di Dante Ruffini

La chiesa parrocchiale di via San Francesco d'Assisi, nel quartiere Sant'Ambrogio di Cremona, è uno dei luoghi visitabili il 21 e 22 marzo nel contesto delle Giornate Fai di Primavera

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Sabato 21 e domenica 22 marzo anche la chiesa di Sant’Ambrogio, a Cremona, sarà tra i luoghi visitabili nel contesto delle Giornate Fai di Primavera. In questo edificio sacro l’arte di Dante Ruffini (1905-1963) trova una delle sue espressioni più alte e compiute, frutto di una simbiosi elettiva con l’architetto Giovanni Muzio. Per lo scultore, questo tempio rappresenta idealmente l’intero arco della propria parabola creativa: dall’inaugurazione nel 1938, che ne consacrò il successo pubblico, fino alla realizzazione della maestosa Stele di Sant’Antonio nel 1961, terminata a soli due anni dalla scomparsa.

Non si tratta di una semplice decorazione sovrapposta alla struttura, ma di un progetto iconografico unitario dove scultura e architettura dialogano sincreticamente. In questo spazio improntato alla “povertà nuda” tipica della sensibilità francescana, Ruffini modella la pietra e il marmo per dare forma a un sacro che non è mai statico, ma vibra di un’umanità profonda e viscerale. Dalla drammaticità asciutta della Via Crucis alla solenne verticalità della Stele, le opere di Ruffini in Sant’Ambrogio invitano il visitatore a un percorso di meditazione dove la materia scabra si fa veicolo privilegiato per attingere all’invisibile.

Lungo le navate, incastonate sui pilastri che guardano verso l’ingresso, le quattordici stazioni della Via Crucis in pietra dura offrono un percorso di meditazione che Ruffini spoglia di ogni orpello decorativo. Lo scultore rinuncia qui ai suoi celebri giochi di sfumato, trova la sua forza nella sottrazione, abbracciando un linguaggio “asciutto ed essenziale”, dove le figure sembrano ritagliate direttamente sul fondo cromatico dei mattoni rossi.

Questa scelta tecnica non è un semplice espediente visivo, ma riflette la volontà di Ruffini di isolare il “dramma divino”, eliminando paesaggi e folle oceaniche per concentrarsi sull’essenzialità del sacrificio. In ogni stazione, la Croce smette di essere un semplice attributo iconografico per farsi co-protagonista della scena. Essa taglia lo spazio, lo inquadra e ne definisce il ritmo, come si osserva nel gesto del Cireneo o nel momento del conforto alle Pie Donne, dove il legno sacro diventa l’asse attorno a cui ruota l’intera composizione. Croce che dialoga con quelle poste sotto ogni bassorilievo, in legno d’ulivo proveniente direttamente dalla Terra Santa. Queste racchiudono un valore spirituale profondo, poiché al loro interno sono incastonati frammenti di legno degli ulivi dell’orto dei Getsemani, appositamente importati dalla Palestina per legare indissolubilmente il tempio cremonese ai luoghi originali della Passione.

Il racconto sofferto delle quattordici stazioni trova il suo naturale epilogo e la sua sintesi teologica nel grande Crocifisso, realizzato anch’esso in pietra. È collocato attualmente sopra l’altare maggiore, sebbene in origine fosse destinato all’arco trionfale per una resa più scenografica. L’opera è coeva alla Via Crucis, risalendo dunque al periodo dell’inaugurazione della chiesa nel 1938. Il crocifisso è stato pensato come un canto al trionfo di Cristo sulla morte. Insieme alla Via Crucis, incarna quella “povertà nuda” cara alla regola francescana, dove la bellezza non nasce dal lusso, ma dalla verità del sacrificio, una caratteristica che permea l’intero progetto di Muzio e Ruffini.

Lasciando alle spalle il vigore plastico della pietra che ha segnato l’esordio di Ruffini in Sant’Ambrogio, il percorso artistico all’interno di questa chiesa compie un salto temporale di oltre vent’anni per approdare alla monumentale Stele di Sant’Antonio.

Spostandosi nel santuario antoniano, l’attenzione viene rapita dalla monumentale Stele in marmo Mazzano, alta cinque metri scolpita in un unico blocco di marmo Mazzano. Realizzata nel 1961, l’opera testimonia la piena maturità di Ruffini, che qui adotta una prospettiva verticale di sapore arcaico, dove i registri iconografici si sovrappongono in una sintesi che richiama le grandi Maestà del Medioevo italiano. La stessa collocazione della Stele sotto la cupola non è casuale: la luce scivola dall’alto sulle superfici del marmo Mazzano, esaltandone i toni caldi e le venature cristalline, trasformando la materia in un’apparizione luminosa che sembra sospesa tra terra e cielo.

Il santo, la cui testa è scolpita a tutto tondo, emerge da una nicchia a cuspide, dominando la scena con un risalto che lo rende protagonista affabile del mondo naturale e umano. Viene ritratto in un momento di intensa contemplazione del Divino Bambino, posto sopra il libro delle Scritture. Nel registro inferiore, Ruffini modella con estrema sensibilità l’”umanità operosa e sofferente”. Si distinguono figure di storpi, operai e madri — tra cui spicca una donna con un bambino in braccio, possibile riferimento al miracolo del piccolo Tomasino resuscitato dal Santo — che protendono lo sguardo verso il taumaturgo con una fiducia disarmante. Nulla in questa rappresentazione è lasciato al caso, da un paesaggio naturale vibrante composto da stormi di uccelli, pesci che affiorano dalle acque e rami di ulivo richiamano il bosco di Camposampiero, luogo della visione antoniana. Ogni elemento concorre a creare un’eco del Cantico delle Creature, sottolineando lo spirito profondamente francescano dell’opera.

Ruffini tra le mura di Sant’Ambrogio ha instaurato un abile dialogo ininterrotto con l’architettura di Muzio, le sue opere non si limitano a occupare uno spazio, ma lo trasformano in un luogo di incontro tra l’umano e il divino. La sua eredità, incisa nel silenzio della chiesa, resta come un invito costante a scorgere la bellezza nella nuda verità e la consolazione nel mistero della fede.

Angela Pizzimenti

 

 

Giornate Fai di Primavera: il 21 e 22 marzo a Cremona visite alla chiesa di S. Ambrogio

TeleRadio Cremona Cittanova
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