Unità pastorali, al corso di formazione il contributo di tre laici

Nell'incontro online del 22 aprile gli interventi di Chiara Ghezzi, Silvia Corbari ed Emanuele Bellani

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Prosegue, nella diocesi di Cremona, il cammino di formazione per i sacerdoti incaricati dal vescovo di guidare unità e collaborazioni pastorali. Il quarto incontro ha avuto luogo online la mattina di giovedì 22 aprile ed è stato incentrato sulle riflessioni – ricche, stimolanti, propositive – di tre laici: Emanuele Bellani, presidente diocesano di Azione cattolica; Chiara Ghezzi, vicepresidente del settore adulti di Azione Cattolica; e Silvia Corbari, educatrice professionale.

Dopo la recita dell’Ora Media, don Gianpaolo Maccagni, vicario episcopale per la Pastorale e il Clero, ha richiamato il percorso fin qui effettuato attraverso i contributi del Vescovo, di don Giuliano Zanchi e di don Gabriele Frassi, che hanno permesso di riflettere sul volto nuovo di Chiesa richiesto dal “cambiamento di epoca”, che necessita di nuovi protagonisti. Per questo, insieme al ruolo insostituibile dei presbiteri, diventa decisiva la promozione di un laicato maturo e responsabile.

I tre relatori si sono soffermati sul ruolo attivo dei laici, sugli organismi di partecipazione, sulle ministerialità nelle comunità, sul sacramento del matrimonio a servizio di una comunità che sia famiglia di famiglie.

 

«È una grande stagione di Chiesa, questa», ha esordito Chiara Ghezzi, prendendo le mosse da 1 Cor 1, 24, stagione foriera per i presbiteri di una motivata e fondata gioia. Ora, infatti, in questo mondo «vecchio e disperato», in cui vanno scomparendo i cristiani «ambientali», abituali, ma emergono i cristiani «per scelta», è possibile portare novità e speranza. In un contesto in cui sono venute a cadere le grandi narrazione ideologiche, possiamo parlare agli uomini e alle donne nella concretezza della loro più vera esistenza. Là dove i vecchi riti non dicono più nulla, possiamo offrire parole adeguate e vere. Per questo è importante che i preti siano autentici e credibili testimoni della gioia; testimoni della fraternità sacerdotale, «la fondamentale e più bella testimonianza che si possa dare alla comunità»; che aiutino a sperimentare un «popolo di sacerdoti”; che siano «presbiteri», grazie a una «anzianità» da chiarire e valorizzare (anagrafica? di fede? di cultura? di tesori…?). E poi, che i presbiteri siano anche «presbiti», cioè che vedano anche da lontano, attraverso anche le «distanze» – che diventano kairos – «della gratuità», della «paternità», della «panoramica» (esplicitata attraverso la condivisione e la corresponsabilità”), della «agibilità», dello «specchio» (una comunità in cui il prete veda a distanza può ricevere i necessari feedback); del «pontefice», per costruire ponti non sull’orlo del precipizio, ma fondando i piloni lontano da esso.

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Ha preso quindi la parola Silvia Corbari, sollecitando: i laici dove vivono? Quale è il loro impegno principale? Crediamo ancora che sia possibile incontrare Dio nel mondo, nelle persone, nelle relazioni e, anche per i laici, «orientare» le cose del mondo a Dio, trovare nel lavoro, nella famiglia, nelle responsabilità, nel volontariato, nell’impegno per l’ambiente… un modo non solo per testimoniare, ma anche per incontrare il Signore? Quattro testimonianze, reali, di giovani (Marco, Anna, Cristina e Francesca) hanno poi fatto da sfondo e sostenuto la riflessione: a partire dall’esperienza della Pasqua, sono necessari la redenzione, il riscatto, la forza di andare avanti, non lasciandosi andare alla rassegnazione, ma gestendo – anche e in particolare nel contesto lavorativo – le complessità, che sono esperienze di tutti; il compito del laico è quello di stare nel mondo, con gioia, con lo sguardo evangelico del costruire, creando collegamenti e condivisioni, non “aut-aut” («il cristiano è colui che più spesso usa la congiunzione “e” anziché la congiunzione “o”»), portando l’annuncio di un Vangelo di amore, di accoglienza e non di esclusione; bisogna portare il mondo nella Chiesa, discostandosi dall’idea di Chiesa che siamo abituati a vivere. «Perché, anche se non vogliamo e proviamo a continuare sulla vecchia strada, essa, come “umanità” sta cambiando». Dunque, se sappiamo avere orecchi e sguardi aperti possiamo fare cammini proficui e offrire le più consone proposte per vivere e testimoniare la vita, affinché i laici ne siano sempre più soggetti.

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Emanuele Bellani, soffermandosi sulle prassi e sui luoghi di partecipazione e corresponsabilità («non ideologiche o di moda, ma che coinvolgano davvero tutti i livelli della Chiesa»), ha sollecitato la riflessione in merito alla «parrocchia fraterna», in cui sia data centralità all’incontro, alla relazione all’ascolto; sia curato il desiderio e il bisogno di una presenza fisica fraterna e prossima, nonché la consegna della Parola e la celebrazione eucaristica; sia promosso il discernimento comunitario; sia chiarito e valorizzato il ruolo del Consiglio Pastorale Parrocchiale e degli organi decisionali; sia promossa la formazione dei laici e considerata l’importanza della vita familiare. E poi la «parrocchia ospitale», che non si configuri come fraternità esclusiva, nella quale «si faccia spazio e posto», siano moltiplicate le forme di aggregazione, le collaborazioni fra parrocchie, sia riscoperto il ruolo dei santuari, si abbia uno sguardo accogliente sui volti e sulle storie di vita; e la «parrocchia prossima», che inventi forme di incontro e di relazione e «sappia andare a cercare…», che eserciti una precisa attenzione al territorio e che sia partecipe della costruzione del bene comune. Tutto questo esige che venga coltivato un adeguato stile relazionale e che vengano ridisegnati i vari compiti ministeriali, con l’obiettivo, appunto, di vivere la corresponsabilità nella Chiesa e per la Chiesa.

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Dopo gli interventi dei partecipanti, che hanno messo in luce potenzialità, esperienze, criticità, il Vescovo ha richiamato il dovere di essere corresponsabili dell’incarnazione della gioia del Vangelo, per tutti: «Dobbiamo testimoniare un cristianesimo pasquale, accessibile a ogni uomo e ogni donna, allenandoci alla fiducia, in Dio e reciproca. È necessario quindi che ci riabilitiamo all’uso dello spazio, per relazioni che siano feconde; ma la fecondità si esplicita anche nel tempo. Sempre nella fiducia. E in cui il soggetto sia la comunità generante».

Ci si è quindi dati appuntamento per il prossimo e ultimo incontro dell’anno, previsto per giovedì 20 maggio ci si augura in presenza. Il tema sarà altrettanto urgente e stimolante: la gestione amministrativa delle comunità, l’utilizzo dei beni e l’utilizzo delle tante strutture, ereditate dal passato da mettere al servizio di una pastorale che esige un profondo rinnovamento.

 

Le unità pastorale e le relazioni: l’intervento di don Frassi (AUDIO)

TeleRadio Cremona Cittanova