Missione, Don Davide Ferretti racconta la favela: giovani e carità per non cedere a povertà e violenza

Il sacerdote fidei donum torna in Brasile dopo un periodo di vacanza e si prepara ad accogliere due giovani missionari laici nella parrocchia di Salvador: «Coltiviamo i legami con la diocesi per tenere vivo il progetto Bahia»

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Tra pochi giorni don Davide Ferretti tornerà in Brasile, nella sua Salvador de Bahia. Resta il tempo per la seconda dose di vaccino e per un altro incontro in oratorio. «Diverse parrocchie – racconta – mi hanno invitato durante il Grest per raccontare ai ragazzi la missione di Salvador. È sorprendente il numero di domande che mi hanno rivolto. Ed è bello vedere nei ragazzi questa curiosità, questa sensibilità verso chi vive lontano da noi e vive problemi diversi dai nostri».

Sono già passati due anni dalla partenza di don Ferretti per la missione nella parrocchia della favela.

«All’inizio non è stato facilissimo. Entri in un mondo completamente nuovo: c’è una lingua da imparare bene (vivere là non è come fare l’esperienza di un mese in estate), un clima a cui abituarsi perché là fa sempre caldo, ritmi di vita completamente diversi dai nostri. Poi però conosci le persone… E in questo devo dire che don Emilio mi ha dato un grande aiuto portandomi con lui ad incontrare le famiglie nelle case: è il modo migliore per inserirsi. Le persone ti conoscono e tu impari ad apprezzare le cose nuove».

Per don Emilio Bellani gli anni nella parrocchia di Jesus Cristo Ressuscitado sono stati quasi 12 ed ora è giunto per lui il momento del rientro (sarà collaboratore parrocchiale a Cassano D’Adda).

«La comunità – spiega don Davide – è dispiaciuta per la sua partenza, ma sanno che i cambiamenti accadono. E sanno che nessuno cancellerà ciò che don Emilio ha fatto qui a Salvador: ha fatto tante cose, ha lavorato incessantemente per la parrocchia e per il quartiere».

Nei prossimi mesi ad affiancare don Ferretti in parrocchia arriveranno due missionari laici, due giovani che si porranno a servizio della comunità. Cosa cambierà?

«Certamente qualcosa cambierà nel modo di operare in parrocchia. Sarà un’esperienza nuova per Salvador de Bahia. L’intenzione del Progetto Bahia era proprio quella di generare una collaborazione più ampia, che non coinvolgesse solo sacerdoti. Ora, non so se erano questi i tempi previsti, ma sappiamo che il Buon Dio apre strade anche inaspettate – sorride sereno don Davide – e ci prepariamo a vivere una cosa nuova. I due missionari laici potranno aiutarci per una maggiore collaborazione con alcune realtà sul territorio vicine alla parrocchia come il centro educativo, l’asilo e la casa di accoglienza per abitanti di strada e offriranno il loro supporto nella catechesi e nelle attività dei gruppi parrocchiali».

Ma qual è la realtà della missione dei Salvador de Bahia? Che ambiente troveranno i giovani missionari che partiranno per il Brasile?

«La prima differenza che si nota è la presenza delle chiese protestanti, che sono chiese per lo più locali, non legate alle chiese cristiane europee. È una presenza molto forte: le persone passano spesso da una chiesa all’altra e il rapporto con la parrocchia non è facile perché queste chiese hanno un’impostazione per lo più anti-cattolica. E la sostengono fortemente anche in strada: pensate che ci sono casse alle fermate dei bus che trasmettono le radio protestanti. Per questo anche noi dedichiamo molto tempo alle visite alle case, all’incontro diretto con le persone, per capire, parlare, far sentire la vicinanza della Chiesa cattolica. Un’altra differenza evidente – continua don Davide – è l’età delle persone in parrocchia: sono soprattutto giovani. La pastorale si rivolge soprattutto alle famiglie, famiglie molto giovani. E alla Messa ci sono soprattutto adolescenti e ragazzi; e non certo per la spinta delle famiglie, sono loro a svegliarsi un’ora prima per venire in chiesa».

Quali sono le fragilità a cui la gente della favela deve far fronte?

«Anzitutto la povertà. È evidente ad una prima occhiata. La favela è povera. Poi c’è la violenza: vive a ondate ed è soprattutto legata alla droga, quindi regolamenti di conti o blitz della polizia. E questo incide sulla vita delle persone. E tocca sempre da vicino perché quando muore un ragazzo finito in brutti giri, spesso si tratta di giovani che hanno frequentato la parrocchia da bambini, o di cui consociamo le famiglie. Un altro problema, poi, è quello dell’istruzione. Il Covid ha aggravato la questione scolastica e anche se oggi dovrebbe essere ripartita, di fatto i ragazzi non stanno frequentando. Si è tentato con la dad, ma in favela la rete non è sempre disponibile e le famiglie che hanno più figli non possono garantire un cellulare o un computer per ogni figlio. Purtroppo ancora oggi qui a Salvador tanti ragazzi non sanno leggere e scrivere».

Quali sono le azioni che la parrocchia mette in campo per rispondere ai bisogni del quartiere?

«Per fortuna in questo periodo sembra si stia esaurendo la seconda ondata del Covid, così abbiamo potuto riprendere il calcio per i ragazzi e il balletto per le ragazze. Sono attività fondamentali per allacciare e mantenere i rapporti con i giovani e con le loro famiglie. Ma anche per educare al rispetto di regole ed orari: sembra banale, ma quando vivi per strada non lo è… Ora poi riprenderemo la musica ed è ripartita la catechesi anche per la preparazione di Comunioni e Cresime che si celebreranno ad ottobre».

E sul fronte caritativo?

«Grazie alla generosità di tanti cremonesi stiamo riuscendo a distribuire con continuità la cesta basica, una forma di sostegno molto preziosa per tante famiglie. Ne distribuiamo 70/80 al mese, e oltre 100 nei periodi di Natale e Pasqua. Ultimamente poi don Emilio ha letteralmente inventato una nuova forma di distribuzione di generi alimentari di prima necessità fuori dalla chiesa, in strada. È diverso perché è una forma di carità che non guarda in faccia nessuno: chi passa, riceve… E sono i nostri giovani a distribuire riso, latte e pane. Si fanno incontro, si rendono visibili».

La parrocchia come casa, luogo di incontro e di crescita.

«Tra i progetti sostenuti grazie alla carità dei cremonesi – anticipa don Ferretti – c’è anche la copertura del campo dal calcetto. Sembra una cosa da poco, ma per noi e per i nostri ragazzi è estremamente importante: ci permetterà di far giocare i ragazzi anche se piove e anche di sera. Sarà un servizio prezioso per la nostra attività sportiva, ma anche un’occasione in più per accogliere e incontrare la gente del quartiere».

La partenza di due missionari laici apre ora una pagina nuova del progetto missionario diocesano a Salvador de Bahia. Qual è la responsabilità della comunità cremonese?

«La sfida è quella di tenere vivo questo progetto. Parliamone sui mezzi di comunicazione e nelle parrocchie: è importante far capire che Salvador fa parte della nostra diocesi, che “mi interessa”. Faccio un piccolo esempio: a Robecco i bambini mandano i loro disegni a Bahia e i bimbi del nostro catechismo spediscono i loro alla parrocchia cremonese. È uno scambio semplice che tiene vivo un legame. Altrimenti cadiamo nell’errore di pensare che sia solo una questione di soldi. Certo, la generosità concreta è essenziale per sostenere i progetti della parrocchia missionaria, ma non può essere l’unico modo per essere vicini. Sono i legami che contano».

 

TeleRadio Cremona Cittanova