La comunità di Sant’Ambrogio accoglie don Paolo Arienti: «Gratitudine per ciò che inizia, per ciò che continua e si trasforma»

Il vescovo Napolioni ha presieduto la Messa per l'insediamento del nuovo parroco e moderatore dell'unità pastorale "Don Primo Mazzolari" nella chiesa di Sant'Ambrogio
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Un pensiero di gratitudine, la condivisione di una consapevolezza, una richiesta di aiuto. Questi i tre primi indirizzi proposti da don Paolo Arienti nel suo saluto alla comunità della parrocchia di Sant’Ambrogio di Cremona, durante la Messa presieduta dal vescovo Napolioni nella mattinata di domenica 12 settembre, giorno del suo insediamento come parroco e come moderatore della erigenda unità pastorale “Don Primo Mazzolari”, che coinvolge le parrocchie di Migliaro, Boschetto e San Giuseppe nel quartiere Cambonino.

«Al parroco – ha sottolineato nella sua omelia mons. Napolioni – il compito di stare con il Signore anche per la sua comunità, e di indicare le presenze del Signore nel quartiere e tra le case, in quelle scintille di bene di cui questa comunità è ricca».

Una comunità che dopo aver salutato don Carlo Ridolfi (parroco di Sant’Ambrogio dal 2004 e nominato collaboratore presso l’Unità pastorale S. Omobono in città e Canonico del Capitolo della Cattedrale) ha accolto don Paolo Arienti con grande partecipazione.

Il primo saluto al nuovo parroco è arrivato sul sagrato della chiesa a nome della comunità civile della città e del quartiere. A pronunciarlo l’assessore Barbara Manfredini, che ha confermato la disponibilità da parte della Amministrazione comunale «al confronto e alla collaborazione e a lavorare insieme per unire e per il bene comune. Insieme – ha aggiunto l’assessore – possiamo costruire modelli innovativi per dare un impulso ai valori di solidarietà, all’importanza delle relazioni sociali e al rispetto quali valori fondamentali del bene comune».

Subito dopo l’ingresso nella chiesa per la celebrazione eucaristica presieduta dal vescovo e concelebrata dal vicario don Andrea Barbieri, dal parroco di Migliaro e Boschetto don Maurizio Ghilardi, don Claudio Rubagotti e don Francesco Fontana, che succede proprio a don Arienti alla guida di Ufficio di Pastorale Giovanile e Federazione Oratori Cremonesi, e aperta, dopo il canto iniziale intonato dalla corale parrocchiale e il saluto del vescovo, dalla lettura del decreto di nomina, data alla comunità dal vicario don Andrea Barbieri.

Al termine dei riti di ingresso è stata poi una rappresentante della comunità parrocchiale, Chiara Ghezzi, a dare il benvenuto a don Paolo con la lettura di un messaggio di saluto che ha suggestivamente introdotto un’immagine efficace per assimilare il rapporto tra un parroco e la sua comunità a quello tra due sposi: «Sono l’uno per l’altro strumento di santificazione». «Così – ha detto poi rivolgendosi al sacerdote – tu e noi assieme avremo occasione di stupirci della Provvidenza del Signore che ci dona gli uni all’altro».

Le letture hanno poi offerto profondi spunti di riflessione raccolti dal vescovo Napolioni durante la sua omelia. In particolare dal Vangelo di Marco proposto dalla liturgia domenicale: “Voi chi dite che io sia?” è la domanda che Gesù rivolge agli apostoli dopo aver annunciato il rifiuto di anziani, capi dei sacerdoti e scribi che sarebbe culminato nella crocifissione. «Nel rifiuto di Gesù da arte del mondo – ha commentato il vescovo – si rivela l’amore che va oltre le logiche umane». Poi il suggerimento a declinare la domanda sulla vita di una comunità in un momento di passaggio importante come quello dell’avvicendamento di un parroco: «E voi cosa dite? Di chi è la parrocchia?… È il parroco che deve rispondere: “La parrocchia è di Gesù”. In questo è il senso della vita cristiana: una vita in Cristo e nella Chiesa».
Nella sua riflessione mons. Napolioni non ha fatto mancare il suo ringraziamento a don Paolo per il servizio svolto in dieci anni di attività nella Pastorale giovanile diocesana e in Focr, richiamando alla presenza visibile di collaboratori e volontari in casacca gialla nell’assemblea.

Il cammino ora continua – ha proseguito – con le difficoltà e le prospettive che svela ogni cambiamento, ma sempre con quello sguardo di chi si lascia guidare: «I credenti vivono nel tempo ma con la prospettiva dell’eterno. C’è un bosco da esplorare, un deserto da attraversare: non vediamo tutto il percorso ma sappiamo che il Signore ci attende, ci accompagna e ci abbraccia. Dunque cosa fare nel corso del cammino? A quale velocità dobbiamo percorrerlo? Tocca al parroco tenere unite le diverse andature presenti nella comunità, ripartendo da qui, dalla Messa. Perché senza questi doni ci ritroviamo soli».

Non soli, dunque ma in condivisione anche tra le comunità che formeranno l’unità pastorale: faranno brillare ancora meglio le loro scintille di bene se non avranno paura di condividerle»

«Ce la faremo certamente! – ha concluso – Il canto del Gloria ci accompagnerà come sottofondo del cuore tutti i giorni. Non per i nostri meriti (non siamo sotto giudizio per ciò che facciamo), ma nell’entusiasmo di chi si scopre amato da Dio, condotti per mano da lui all’incontro con i fratelli».

E in questo clima insieme di raccoglimento e fraternità è proseguita la Messa che dopo la Comunione ha visto il nuovo parroco prendere la parola per un saluto alla comunità che lo ha accolto. Da don Paolo un primo pensiero di gratitudine «per ciò che inizia, continua e si trasforma proprio qui, attorno all’Eucaristia»; un ringraziamento che va al Vescovo, alla famiglia, all’unità pastorale di Castelverde dove ha risieduto fino a pochi giorni fa e dove – ha ricordato con una battuta – «ho svolto il “turno di notte”», alle Madri del collegio della Beata vergine dove per 4 anni ha celebrato la messa dell’alba, al team Focr e don Francesco Fontana, al vicario don Andrea Barbieri e ai confratelli che lo affiancheranno nella costituzione della unità pastorale “Mazzolari”, don Maurizio Ghilardi e don Alberto Martinelli. Un ringraziamento speciale è andato a don Carlo Rodolfi e poi alla comunità che – ha osservato – «che mi accoglie e si fida, come accade nei passaggi più belli e importanti delle nostre vite».

Il secondo pensiero di don Paolo ha riguardato la vita delle comunità nel tempo attuale: «Comunità sempre più piccole – ha commentato – è che a volte si consumano nel senso di colpa e sono tentate dalla chiusura in prassi religiose di difesa e autoconservazione», che sfociano «in certe battaglie ideologiche che non vedono attorno a sé se non nemici da combattere». Ma in gioco – ha proseguito – «non c’è il successo di un’iniziativa: conta la tessitura del bene, il “fare bene il bene”. Proviamo dunque noi per prime a “respirare”, a non morire in riti vuoti, di maniera: ci attendono lo sterminato campo della carità fraterna, la sfida educativa, l’adesione a una speranza che libera tutti, in particolare per chi è ultimo».

Infine una richiesta «di aiuto e sostegno reciproco» a tutte le componenti della parrocchia: «Preoccupiamoci non di dare una mano ai don ma di essere coscienza viva di Cristo, suo corpo nello spazio laico del nostro vivere. Non preoccupiamoci solo del nostro andare in chiesa, ma di essere Chiesa». Un appello che richiama lo stile sinodale indicato dal Papa per la Chiesa italiana, uno stile caro proprio a don Paolo che negli scorsi anni ha animato il Sinodo diocesano dei giovani: «Non un evento, ma una sfida che possiamo raccogliere insieme solo se insieme ci lasciamo guidare, gli uni accanto agli altri».

Un lungo applauso ha sottolineato le parole del nuovo parroco e l’uscita del vescovo e dei concelebranti dalla parrocchiale. Un applauso che si è fatto poi abbraccio familiare nel momento semplice ma coinvolgente di convivialità e accoglienza in oratorio e nel cortile della chiesa. Nei luoghi e nello stile che fanno una comunità.

La photogallery completa della celebrazione

 

Domenica l’insediamento del nuovo parroco di S. Ambrogio: intervista a don Paolo Arienti, per dieci anni a servizio tra i giovani e per i giovani

 

Profilo biografico del sacerdote

Don Paolo Arienti, originario di Piadena, classe 1972, è stato ordinato il 19 giugno 1999. Ha iniziato il proprio ministero a Cremona come vicario presso la parrocchia di S. Abbondio. Nel 2002 si è trasferito a Roma, dove ha conseguito la licenza in Teologia dogmatica. Ha ricoperto l’incarico di segretario dell’Ufficio evangelizzazione e catechesi dal 2004 al 2011 e nello stesso periodo è stato vicario presso la parrocchia di Cristo Re in Cremona.
Dal 2011 ricopriva l’incarico di responsabile dell’Ufficio per la Pastorale Giovanile, presidente della Federazione Oratori Cremonesi, dell’Associazione Noi Cremona, oltre che di consulente ecclesiastico del CSI.
Dal 2012 al 2018 è stato parroco in solido di Binanuova, Ca’ de Stefani, Gabbioneta e Vescovato, e dal 2014 anche di Pescarolo e Pieve Terzagni.
Dal 2000 è docente presso il seminario vescovile e dal 2008 presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose Sant’Agostino di Crema. Dal 2017, inoltre, era coordinatore dell’area pastorale “In ascolto dei giovani”.

 

 

Il saluto del nuovo parroco alla comunità 

Scrivere non è per molti un problema. Nemmeno per me: sono richiesto di farlo per svariati motivi, dall’insegnamento alla progettazione, dalla riflessione alla condivisione. Ma mi par di capire che da queste righe si inneschi qualcosa che ha il sapore agro dolce della novità, se non del cambiamento radicale e che, di conseguenza, tiri in causa sensazioni, emozioni, attese e paure. Cose di cui si nutre abbondantemente l’atmosfera culturale che respiriamo tutti e che in parte contribuiamo a mantenere tale. Lo sappiamo: in alcuni casi si generano anche conseguenze ne faste che poco a poco riscrivono il tenore dei rapporti e l’immagine che abbiamo di noi stessi. A volte prevale l’io sopra ogni cosa: perché il mio punto di vista è sempre infallibile e giustificato… e l’altro va compreso entro schemi di potere razionalmente accomodanti. E via dicendo. Vorrei che in questa novità che sta alle porte, per me e per la comunità che sta per accogliermi, avesse un colore diverso: assomigliasse il più possibile ad un’occasione di grazia, resa tale dalla gratuità più che dai titoli, dall’onesta disponibilità a camminare più che da sommari giudizi di produttività. Vorrei che l’io, protagonista indiscusso dei social, delle carriere e purtroppo anche delle vicende ecclesiastiche (anche nostrane), rifluisse nel noi, non per sparire, semmai per trovare casa e riscoprire una direzione di marcia in cui il proprio bene alimenta il bene comune. Per la costruzione di un tessuto di cui c’è bisogno oggi più che mai. È il noi della comunità ecclesiale, più piccola che in passato, sicuramente più insignificante, ma al contempo più libera e più leggera, di quella leggerezza che non racconta superficialità, ma capacità di movimento, oltre gli slogan. Progetti se ne possono e se ne debbono fare; soluzioni – forse- se ne possono trovare. Ma la vera sfida è quella di far vivere, e non solo sopravvivere, quel tessuto: manutenerlo continuamente; se necessario restaurarlo con la pazienza di chi si prende cura delle persone oltre che dei muri; renderlo duttile alle circostanze e tenace alla luce della fede; certo non con tutti: da decenni (forse da secoli!) la comunità ecclesiale non coincide con alcun universalismo. A fare la differenza sono la libertà della coscienza, i desideri più profondi che animano una ricerca e lo spessore umano di chi in contriamo, dentro e fuori la comunità. Assumere questa tessitura, renderla processo concreto dentro la trama di un territorio, di più parrocchie chiamate a camminare insieme, di Oratori che rimotivano la loro vocazione educativa… questo a mio avviso è il sogno, ma anche l’intento e, perché no?, il desiderio più profondo. Il resto passerà per l’onestà sincera dei rapporti, per la cura reciproca, per la ridiscussione di autorità, poteri e rivendicazioni che appartengono a chiese ormai fantasma, destinate ad essere spazzate via dalla storia oppure ad arroccarsi prepotentemente su sé stesse. Sappiamo che tutto è possibile e nessuno è garantito. Per questo ci è necessaria tanta misericordia, regalata agli altri e sperata per noi. Per questo si inizia senza alcuna pretesa, con la sola fiducia in un servizio che corregge le miopie, fa tesoro degli errori, valorizza la vita vera. Se tutto questo sarà un po’ meno affare di preti e un po’ più desiderio condiviso, se tutto questo troverà uomini e donne, giovani e anziani disposti a giocare la propria onesta partecipazione per un’Eucaristia comunitaria, un essere gli uni membra degli altri… allora anche noi, insieme, avremo fatto quanto andava fatto: come prima molti hanno provato a fare con tutto il loro amo re e come dopo altri cercheranno di fare, con il medesimo senso di responsabilità per la chiamata ricevuta. Parole forse complicate che immagino però voce di volti concretissimi con cui si camminerà: quelli innanzitutto dei più fragili e di chi è più affaticato, di chi si affaccia alla vita e di chi sta per prenderne congedo. I volti, insomma, di una tessitura straordinaria che non finisce mai di stupire: quella della vita che il Signore visita e sostiene con i codici spesso enigmatici del mistero. Il “grazie” chiude queste righe, ma le vorrebbe anche aprire; per porsi in sintonia con il Vangelo e destinarsi a chi ne vorrà fare un invito all’aiuto reciproco, alla ricerca condivisa, alla tessitura di una umanità che non si stanca di generare bene.