La consapevolezza di non essere soli, ma una «famiglia di famiglie», anche se ancora all’inizio di un percorso, con al centro ha le identità che uniscono insieme alla Parola di Dio. Questo è il lascito di monsignor Antonio Napoliolioni nelle comunità dell’unità pastorale di Dosimo, Gadesco, Persico, Pieve Delmona, Quistro e San Marino dopo la visita pastorale avvenuta da venerdì 20 a domenica 22 febbraio.
«Per noi è stata una festa e una grazia – ha commentato don Livio Lodigiani, parroco in solido e moderatore dell’unità pastorale –. Mi è piaciuto come il vescovo è stato tra noi preti e con la gente, che ha incontrato anche nei momenti di passaggio da un incontro all’altro».
La visita pastorale, infatti, è stata caratterizzata dall’incontro con diverse realtà: quelle parrocchiali, ma non solo. Così accanto ai momenti con i ragazzi e i loro educatori, c’è stato tempo anche per le scuole presenti sul territorio e le associazioni del territorio e le Amministrazioni locali.
«Abbiamo cercato di mostrare la realtà dei paesi – spiegano i sacerdoti – nelle loro preziosità e completezza, dalle realtà di volontariato fino a quelle di aiuto agli anziani. È stata una cosa bella e utile vedere poi come il vescovo ha risposto alle domande: i suoi interventi non sono stati calati dall’alto, ma ha cercato di valorizzare di volta in volta le persone, il loro ruolo e la loro vocazione». Inoltre, ha sottolineato don Lodigiani, «agli appuntamenti sono state invitate anche realtà non dell’ambito parrocchiale, mostrando grande apertura e cordialità verso di loro».
Dai bambini agli adulti, tra una domanda e una risposta, il vescovo ha ribadito l’importanza di valorizzare questo tentativo di unità con consapevolezza delle difficoltà, ma anche la decisione di proseguire a partire dal tessuto locale, prima ancora che formale. «Le due cose non sono separate, serve quel desiderio di umiltà tra le sei comunità, tra le eredità positive di ciascuna e le prove da affrontare». Insomma, prima trovare le cose che uniscono, poi il giudizio sulle azioni da fare: anche questo tema è stato al centro dell’omelia che il vescovo ha offerto durante la Messa da lui presieduta domenica mattina nella chiesa parrocchiale di Dosimo, a conclusione della visita pastorale. «Siamo una parrocchia di parrocchie, una famiglia di famiglie» ha detto all’assemblea di fedeli, con i parroci in solido don Livio Lodigiani e don Andrea Aldovini e il collaboratore don Gianpaolo Civa, alla presenza anche dei sindaci Giuseppe Bignardi e Chiara Uggeri.
«Anche in noi c’è la pretesa di farcela da soli e la tentazione – ha detto il vescovo nell’omelia, in riferimento al Vangelo della prima domenica di Quaresima – non è tanto riguardante il mangiare o il non mangiare, ma l’identità, la relazione tra noi e Dio, tra Gesù e Dio». Quindi ricollegandosi alla prima lettura e all’immagine dell’albero della conoscenza del bene e del male, monsignor Napolioni ha sottolineato come bisogna fidarsi del Signore per sapere ciò che è bene e ciò che è male: «Basta vivere nell’ascolto filiale: non nell’obbedienza degli schiavi, ma nella relazione d’amore. Gesù vive in questa relazione d’amore in eterno». Le prove della tentazione – ha detto ancora il vescovo – consistono nel manifestare con la forza, con segni e miracoli, «un’identità che invece si gioca tutta nella relazione». Riportando poi un episodio avvenuto nella cena con i ragazzi incontrati sabato sera, il vescovo ha ricordato il momento dei voti e delle pagelle scolastiche: «Noi siamo la nostra pagella. La tentazione è quella di scambiare una pagella con la carta di identità. Per cui se gli altri sono migliori di me io non valgo. E non c’è solo la pagella del bambino: c’è quella del ragazzo che va a scuola, dell’adulto; c’è la pagella nel mondo del lavoro, degli amministratori, dei vescovi. Poi oggi con i social, con i like, siamo tutti sotto pagella. E che fine fa la nostra identità? Chi siamo veramente? Qual è la vera partita della vita?», si è interrogato il vescovo. Gesù rivela l’essenziale: «Non cadete nell’inganno! Lo dice a ciascuno di noi, alle famiglie che altrimenti si ammalano di ansia, alle comunità». Da qui un primo invito di monsignor Napoleoni dopo i giorni della visita: «Non c’è una pagella, ma c’è un’identità, una relazione: l’amore tra noi che è fecondo; non la nostra efficienza, non la nostra bravura. Altrimenti il confronto con altre stagioni, per certi versi più fortunate, ma per altri più misere della storia ci fa fare sempre dei bilanci ingannevoli».
Da qui il secondo invito a cercare i tratti comuni di questa identità comune in Cristo. «Il vescovo non ci ha dato le istruzioni per l’uso o i compiti da fare – ha concluso don Lodigiani – bensì lo sprono a prendere coscienza di essere piccoli paesi e di quanta strada ancora ci sia da fare; non una mortificazione bensì uno slancio per vivere questa esperienza con più convinzione e coraggio».
Alla società civile e cristiana, infatti, monsignor Napolioni ha voluto ricordare un tratto peculiare delle comunità che ha incontrato. Un segno di quella carta d’identità che ha come tratto principale la cura e l’amore con e in Cristo: «Ho visto nelle vostre case, nelle vostre comunità, che siete attenti ai più deboli, che sapete farvi carico dei pesi gli uni degli altri. Questa è la nostra carta d’identità, l’amore fraterno. E il Signore viene a rigenerare in noi questa coscienza, questo impegno, questa fiducia e questa gioia».
Il video della celebrazione conclusiva

