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Una mattinata di fraternità e di condivisione per riflettere sul ministero ordinato e sulle sfide della missione della Chiesa oggi. È l’iniziativa che ha visto confrontarsi oltre duecento sacerdoti delle dieci Diocesi lombarde, insieme ai propri vescovi, in occasione dell’incontro regionale che giovedì 19 marzo si è svolto al Santuario di Caravaggio.
“Discepoli, fratelli al servizio della missione” era il titolo del convegno, che per la prima volta ha riunito insieme i Consigli presbiterali delle varie Diocesi lombarde per un momento anzitutto di fraternità sacerdotale, nello stile del dialogo e di una condivisione di esperienze capace di rafforzare una comunione ecclesiale e pastorale.
L’incontro è stato voluto della Conferenza episcopale lombarda, che a marzo ha scelto di vivere la seconda giornata del proprio periodico incontro allargando la riflessione ai Consigli presbiterali diocesani con una modalità sinodale, che da “metodo” vuole passare a essere “stile” degli organismi di partecipazione e di ogni comunità, ma prima ancora una caratteristica proprio all’interno del presbiterio.
Ad aprire l’incontro, nell’auditorium del Centro di spiritualità del Santuario, dopo un momento di preghiera, è stato l’intervento dell’arcivescovo di Milano e metropolita di Lombardia, Mario Delpini, che riflettendo sulla «originalità cristiana», che non si basa su statistiche, analisi o interpretazioni, ma che si manifesta come «frutto dello Spirito», ha ricordato come la Pentecoste abbia trasformato «discepoli mediocri» in «apostoli zelanti e santi», convertendoli alla missione. Una missione che oggi, come sempre nella storia della Chiesa, chiede un discernimento, che «non è esito – ha ricordato Delpini – di un processo democratico o della decisione di una autorità, ma esito di un Concilio. Un metodo sinodale».
Di fronte alla folta assemblea di sacerdoti, l’arcivescovo di Milano ha poi ricordato che «l’appartenenza al presbiterio non può essere solo un dato “dogmatico”, sacramentale. Richiede di essere una evidenza nelle relazioni, nella frequentazione, nella condivisione delle responsabilità». E ha aggiunto: «Per una pratica non affidata solo alla buona volontà dei virtuosi o alla coincidenza di simpatie, è necessario imparare un metodo, praticare una prassi, compiere un cammino spirituale». E «il metodo e la spiritualità di questo “mettere a disposizione” si può chiamare sinodalità».
Stimoli di riflessione che hanno animato i lavori a gruppi che i sacerdoti hanno vissuto nella seconda parte della mattinata, a partire anche dagli stimoli che Papa Leone aveva suggerito lo scorso ottobre nel Giubileo delle équipe sinodali e degli organi di partecipazione, nei quali «le relazioni non rispondono alle logiche del potere ma a quelle dell’amore». E ancora: «nessuno è chiamato a comandare, tutti sono chiamati a servire; nessuno deve imporre le proprie idee, tutti dobbiamo reciprocamente ascoltarci; nessuno è escluso, tutti siamo chiamati a partecipare; nessuno possiede la verità tutta intera, tutti dobbiamo umilmente cercarla, e cercarla insieme».
Quello che, il 19 marzo a Caravaggio, i membri dei Consigli presbiterali delle varie diocesi insieme ai propri vescovi hanno cercato di fare in questa speciale occasione che intende, però, essere solo la prima tappa di un percorso, da vivere a livello regionale e, prima ancora, nelle rispettive diocesi.

