Il video integrale della celebrazione
Augurarsi buona Pasqua come un passaggio vero dalla morte alla vita. Qualcosa di impossibile se non grazie a Cristo, la sua passione d’amore al Padre e al Creato, ponte tra cielo e terra, punto d’incontro tra Dio e l’umanità. Un po’ come lo stesso transito dall’interno all’esterno della Cattedrale, come ha ricordato monsignor Antonio Napolioni al termine della solenne Messa Pontificale Pasqua: attraversare il portone d’ingresso tra le immagini della passione, morte e risurrezione di Cristo diventa una missione: «Una vera Pasqua per osare la nostra Pasqua, una realtà possibile per non darla vinta all’odio, al risentimento, alle ferite più grandi e fiorire di nuovo all’amore», ha spiegato il vescovo, riferendosi all’immagine della Risurrezione di Bernardino Gatti in controfacciata che ha accompagnato gli auguri pasquali di Papa Leone XIV.
Nella mattinata di domenica 5 aprile, in una Cattedrale gremita di fedeli e accompagnato dal Capitolo della Cattedrale, con la liturgia accompagnata dal Coro della Cattedrale diretto da don Graziano Ghisolfi e con il maestro Fausto Caporali all’organo, il vescovo ha presieduto la solenne Messa pontificale di Pasqua alle 11, dove aver celebrato l’Eucaristia nella casa circondariale di Crenona.
«Duemila anni di pasque, catechismo, rappresentazioni sacre, Gesù è ancora una grande questione: ci cambia ciò che è accaduto?», si è interrogato il vescovo durante l’omelia. «Occorre entrare in ciò che accade in vista di ciò che accadrà. Siamo troppo intimoriti di ciò che accadrà da non gustarci ciò che accade, adesso! Essere insieme non è trionfalismo ecclesiastico, ma un atto di umiltà. Nessuno può darsi fede, speranza e carità da solo». Una fraternità che richiama quella invocata da san Francesco di Assisi, che ha accompagnato le liturgie e le riflessioni di questa Settimana Santa nella Cattedrale di Cremona. Un santo giovane, perché «come sanno fare anche i giovani di oggi, ci ha aiutato, con il suo modo di leggere e vivere il Vangelo, a viverlo con freschezza, radicalità e perenne novità; senza chiacchiere e discussione, cuore a cuore e corpo a corpo, fissando gli occhi sul Dio di Gesù Cristo».
Leggendo infine due testi tratti dalle “Lodi di Dio Altissimo”, monsignor Napolioni ha voluto ricordare come il santo di Assisi «continua a parlarci e a salutarci come Gesù la sera di Pasqua: pace e bene». Composte probabilmente sul Monte della Verna, quando Francesco ricevette le stigmate, rappresentano una personale gioia di aver incontrato la pace del Risorto, «la sorgente della salvezza della grazia del perdono». Una certezza così profonda e autentica da «dare del tu a Dio». E allora, nella domenica di Pasqua, queste lodi e virtù di ottocento fa «sono esclusiva di un menestrello di Dio, o il cuore incandescente di ogni creatura che riconosce il destino, il padre, lo sposo? Oggi possiamo essere cristiani solo così: non per abitudine o tradizione o dovere, ma vivere da Risorti, più forti di tutto il male che si insidia. Un fuoco spento che la Pasqua riaccende».
Anche per Maria san Francesco scrisse un’invocazione confidenziale di un legame indissolubile, «lei che ci conduce a Lui». Una presenza, quella della Madre di Dio, «facilitante e rassicurante affinché le cose riprendano vita». Affinché «le virtù fioriscono nei cuori dei semplici» assieme «alla fraternità di cui Francesco e tutti noi abbiamo quotidianamente bisogno» nella Pasqua di tutti i giorni.
Al termine della quale impartirà la benedizione apostolica con annessa indulgenza plenaria.
Nella veglia di Pasqua il conferimento dei Sacramenti ai catecumeni

