Convivere insieme in pace ed armonia: a Casalmaggiore una serata di confronto tra religioni

L'evento è stato promosso sabato 27 aprile presso l’auditorium Santa Croce dall’Associazione culturale Arrahma
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Una serata di altissimo livello quella organizzata dall’Associazione culturale Arrahma (misericordia la traduzione in italiano) che si è svolta a Casalmaggiore sabato 27 aprile, intitolata “Convivere insieme in pace ed armonia”. A sedere al tavolo dei relatori i rappresentanti di diverse religioni presenti sul territorio casalasco, per condividere l’idea che la convivenza tra espressioni di fedi differenti sia non solo auspicabile, ma assolutamente possibile.

Per la cristiani Cattolici era presente il parroco di Santo Stefano e San Leonardo, don Claudio Rubagotti; per i cristiani Evangelici (comunità pentecostale) il pastore Antwith; per il Sikhismo, Gursharan Singh; e a rappresentare l’Islam, invitato da una moschea di Milano, l’imam Mahmoud Najib.

Nella sala preposta all’evento, l’auditorium Santa Croce di Casalmaggiore, nemmeno una sedia è rimasta libera. Fianco a fianco, occhi negli occhi, donne e uomini di diverse regioni del mondo hanno fatto risuonare un canto nuovo. Con la loro stessa presenza hanno seminato un germe di rinnovata vita comunitaria. Qualcuno ha detto che era dai tempi di don Paolo Antonini (colui che nel 1989 aprì proprio a Casalmaggiore la prima Casa dell’accoglienza) che non si respirava un’aria così intensa di dialogo interreligioso. E tutti, o quasi, ne hanno avuto la  concreta percezione.

L’incontro, che è stato moderato dai giornalisti Marco Bazzani de La Provincia e Nazzareno Condina di Ogliopo News, si è aperto con un intervento di quest’ultimo che ha dichiarato il senso di una serata come questa, facendo memoria che “Casalmaggiore è la terra di un prete che ha fatto dell’accoglienza la sua primaria necessità”. Evidente il riferimento alla storia della comunità casalasca che tra gli anni ’80 e ’90 è stata raggiunta dalle prime migrazioni e ha visto convivere pacificamente nella Casa dell’accoglienza “Don Bosco” una decina di nazionalità diverse. Notevole coincidenza che uno dei relatori (il pastore protestante Antwith) fosse stato tra gli ospiti del don Bosco: appena presa la parola, ha ricordando don Paolo e lo ha ringraziato a distanza di 20 anni, definendolo “grandissimo profeta”.

È seguito l’intervento introduttivo di Bazzani che, citando la Dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II (28 ottobre 1965) e gli incontri interreligiosi di Assisi indetti per la prima volta da Giovanni Paolo II nel 1986, ha dimostrato che il dialogo interreligioso è fondante tutta la dottrina del Magistero della Chiesa Cattolica da più di cinquant’anni a questa parte.

Tutti i relatori sono stati capaci, con un rispetto e un’eleganza a cui non siamo più abituati, di ragionare sul valore della conoscenza delle reciproche diversità, sfogliando le pagine dei propri libri sacri o dei documenti magisteriali alla ricerca di ciò che unifica, di ciò che crea senso di appartenenza alla medesima comunità, la si chiami famiglia umana o cittadinanza italiana. O perché no, cittadinanza casalasca. Perché anche di questo si è sentito parlare: di integrazione del migrante nel paese di accoglienza, pur mantenendo fede alle proprie origini anche nella diversità religiosa; e di convivenza pacifica tra chi, nella medesima condizione di ospite su questa terra, è chiamato a ricordare di essere fatto della stessa materia umana, che qualcuno direbbe è materia dei sogni.

Quale sintesi della serata alcuni concetti chiave espressi dai relatori.

Empatia. Con questo concetto ha aperto il suo intervento il rappresentante del Sikhismo invitato dalla Comunità Sikh di Casalmaggiore. Empatia come riconoscimento dell’altro a partire, come è tipico di questa religione monoteista che si fonda sul concetto di uguaglianza, dal più debole, dal povero, dall’ultimo. Nel tempio Sikh di Casalmaggiore il langar (la cucina) è aperta 24 ore su 24, notte e giorno, per chiunque (sikh e non, straniero e italiano) abbia necessità di mangiare un pasto caldo.

Ricordando il valore della gerarchia per la Chiesa Cattolica e del primato petrino, don Rubagotti si è soffermato sul dialogo interreligioso come qualcosa di indiscutibile. “Se il Papa ad Abu Dhabi ha incontrato il Grande Imam di Al-Azhar, succede qualcosa che non è opinabile: non si può camminare da soli. Tutti i raggi sono il nostro futuro, italiani e non. Se non siamo capaci di abbracciarci la nostra fede sarà sconfitta”. Il riferimento è a NA2: “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni […] che non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini”.

L’imam Najib ha sottolineato, a partire dal Corano, come il dialogo sia tutto per sconfiggere le paure. E questo è dimostrato dal fatto che Dio stesso ha dialogato con le sue creature. “Noi dobbiamo essere come le dita della mano, diverse ma unite. Esse lavorano insieme in modo armonioso” perché “la nostra convivenza è una realtà, un destino. Sta a noi fare di questa realtà una punizione o un privilegio, un vantaggio”. E ha riportato l’esempio della città di Milano in cui si mette in pratica quanto detto grazie al lavoro svolto da don Giampiero Alberti: 10 imam incontrano mensilmente 10 preti cattolici per studiare insieme il documento Nostra Aetate e condividere le proprie religioni. E ha lanciato l’appello alla comunità islamica casalasca di pensare di aprire la moschea (che invero qui non è presente se non come luogo di incontro in un retro bottega) all’intera cittadinanza, perché conoscendosi si superino le diffidenze.

Il pastore pentecostale Antwith, rappresentante della comunità ghanese protestante, accompagnato al tavolo da una Abigail, giovane di seconda generazione. Entrambi hanno ricordato il valore dei giovani che sono ponte tra le famiglie e il territorio e che chiedono di mescolarsi (nel volontariato, nella scuola, nel lavoro) con i giovani italiani, per “elevarsi come esseri umani”.

Sara Pisani