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Una Chiesa che ha il coraggio di abitare il tempo presente fatto di sfide sempre più veloci; una «famiglia di famiglie» capace di accettare un mondo fatto di complessità e fatiche troppo grandi da affrontare da soli; una comunità che ha nella fraternità e nella sinodalità le forme per essere «lievito di pace e di speranza». Queste sono le strade sulle quali la Chiesa cremonese vuole incamminarsi nel corso dell’anno pastorale 2026-2027. La «bussola» e gli strumenti del nuovo cammino sono stati affidati alla diocesi durante il convegno pastorale che si è svolto a Cremona, in Seminario, nella giornata di sabato 26 settembre sul tema “Per noi vivere è Cristo. Missione fraternità – famiglia e società”. Una intensa giornata di lavori che ha coinvolto più di 200 persone tra sacerdoti e diaconi, consacrati e laici, in particolare quanti sono impegnati nei vari campi della pastorale o partecipano alla vita delle diverse aggregazioni laicali.
LA LECTIO
L’appuntamento è stato a partire dalle 9.30 nel salone Bonomelli del Seminario, iniziando con la preghiera e la lectio proposta da suor Giulia Fiorani sulla Lettera di san Paolo ai Filippesi (1,1-11), scelta come traccia per l’anno.
Sono le parole che l’apostolo Paolo rivolge all’amata comunità di Filippi, infatti, ad accompagnare l’anno pastorale 2026/2027, lì dove ciascuno quotidianamente vive il proprio battesimo, lì dove ciascuno vive la missione di fraternità e la comune chiamata alla santità.
La forma della lettera – come ha spiegato suor Giulia Fiorani – consegna una dimensione di profondità tramite la quale il Signore parla alla vita di ciascuno. «Il modo in cui Paolo si rivolge ai cristiani di Filippi ci aiuta a cogliere che tra la missione della fraternità e la comune chiamata alla santità c’è un legame molto forte che non è frutto di traguardi raggiunti o obiettivi prestabiliti, ma di una vita vissuta nella consegna di ciò che siamo». È per questo che Paolo, pur essendo in catene, riconosce che in ciò che ha vissuto e in ciò che sta affrontando non è solo: sperimenta di appartenere all’altro e di partecipare alla vita e all’esperienza di Cristo. E di questo è capace di rendere grazie a motivo di uno spendersi comune per il Vangelo. In un tempo in cui si è messi a dura prova su quanto la vita dell’altro può sembrare sempre più distante dalla propria, si è chiamati a rimettere in discussione come si intende vivere le proprie relazioni: quando le cose non vanno come si vorrebbe e si vedono i propri progetti fallire, la tentazione potrebbe essere quella di fare un passo indietro, ma è proprio in quel momento che, invece, la carità può crescere. «La lotta che Paolo ci consegna – ha spiegato suor Giulia – è il discernimento su quel “meglio” per il quale vale la pena portare i segni del combattimento. Allora, davanti a ciò che, nel quotidiano, potrà risultare difficile vivere – come la fraternità nelle nostre comunità, nelle nostre famiglie, nei luoghi di lavoro – siamo invitati a vedere non solo la fatica, ma a recuperare la fiducia nel fatto che il Signore porta a compimento il suo progetto di carità e di comunione».
San Paolo è arrivato a dire che per lui «vivere è Cristo»: «Vogliamo provarci anche noi, – ha concluso la religiosa – tutte quelle volte che ci sarà data l’occasione di accorgerci che, nonostante tutto, Cristo può manifestarsi nelle nostre vite e questo suo manifestarsi nella nostra vita ci restituisce ai fratelli».
IL DIALOGO
Spunti che subito dopo sono stati ripresi e sviluppati nel dialogo tra il vescovo Antonio Napolioni, i coniugi Sara e Daniele Lissi (incaricati regionali di Pastorale familiare) ed Erica Tossani (co-direttore di Caritas Ambrosiana). Ciascuno dei relatori ha condiviso la propria esperienza di vita alla luce della Parola di Dio con un elemento comune: l’esigenza di ripartire dalla persona umana nelle sue molteplici sfaccettature.
Erica Tossani, oggi co-direttore di Caritas Ambrosiana, ha raccontato come la sua esperienza vocazionale e professionale abbia avuto una svolta in Kenya. Un percorso che l’ha portata a far parte del Comitato nazionale del Cammino sinodale, con il ruolo anche di facilitatore nel Sinodo universale. Spiegando lo spirito necessario per cambiare contenuto e forma della fraternità, ha sottolineato come «la Chiesa debba anzitutto mettersi in ascolto della realtà e capire le parole che questo tempo storico ci sta consegnando, prima di trovare risposte e soluzioni o capire come intervenire». Come cristiani è dunque importante «uscire dai perimetri strettamente ecclesiali e mettersi in alleanza con il tanto bene che c’è anche fuori dalle nostre comunità. Solo così possiamo capire come camminare dentro la storia senza la paura di perdere la nostra identità, nella consapevolezza che essa non ce la può rubare nessuno».
Proseguendo nella sua analisi, Tossani ha evidenziato le criticità della contemporaneità: «Tempi complessi hanno portato a categorie semplici e rigide, ma le persone non possono essere ridotte a nomenclature, ruoli e appartenenze. Facciamo fatica a pensare al valore di una persona in quanto tale. Se manca il suo contributo, manca un pezzetto nella comunità, non solo ecclesiale». Da qui nasce uno dei «sogni» che la sinodalità invita a realizzare: la creazione di spazi di confronto aperti dove ciascuno possa portare il suo sguardo e le fatiche quotidiane, e «dove il cristiano poi discerne alla luce del Vangelo». Ricordando come anche una diocesi grande come Milano faccia fatica a cambiare, Tossani ha ribadito l’importanza di «partire dall’ascolto delle realtà territoriali attraverso assemblee e incontri aperti a tutti».
I coniugi Lissi, dopo aver raccontato la loro storia di coppia e la «vocazione missionaria» vissuta nell’incarico pastorale, si sono invece focalizzati sul ruolo cruciale delle famiglie — «in tutte le sue forme» — come risorsa per la comunità, proponendo un modello di pastorale estroverso e inclusivo. Citando l’esortazione apostolica Amoris laetitia di Papa Francesco, Sara l’ha definita «una ventata che ci ha sconvolto» perché ha portato con sé un chiaro messaggio di inclusione: nella Chiesa c’è posto per tutti. «Di fronte a un mondo che oggi chiede di essere sempre più isolati, serve invece la dimensione sociale del Vangelo. Ma ciò è possibile se sappiamo prenderci cura delle situazioni di bisogno delle persone e coglierne il bello, ascoltando anche i gridi muti di chi non ha la forza di chiedere». Il marito Daniele ha aggiunto che Amoris laetitia ha cambiato la «grammatica», spostando il focus «dalla famiglia ideale» alle «famiglie reali, incasinate e imperfette», ma capaci di «amore artigianale». «Dobbiamo ripartire dalle case, aprirle e non diventare appartati», ha esortato.
I relatori hanno richiamato a una pastorale semplice, delle relazioni, della vicinanza; forse meno organizzata ma più partecipe alla vita delle persone.
LA PREGHIERA E LE PORTE
Lasciato quindi il salone Bonomelli del Seminario, la mattinata è continuata in chiesa con un momento di preghiera comunitaria.
Dopo il pranzo a buffet, i partecipanti hanno avuto la possibilità di aprire alcune «porte»: sei stand allestiti in altrettanti spazi del Seminario dove ricevere ulteriori suggestioni e sperimentare esperienze concrete.
A cominciare dai rapporti all’interno della propria comunità: così attraversando la porta “Meglio dirsele … bene” la simulazione di una riunione mal impostata in parrocchia ha portato l’attenzione sulla gestione dei conflitti in una comunità «disarmata e disarmante». Clicca qui per approfondire
C’è chi, invece, si è ritrovato attorno a una tavola «apparecchiata» e dove veniva servita la Parola di Dio come cibo da condividere e attorno al quale fare comunità: la porta “Una parola che sa di casa” ha riportato l’attenzione su famiglie che ritrovano la radice della propria fede, legami di fraternità, attenzioni e carità capaci di dare un volto familiare alla comunità cristiana. Clicca qui per approfondire
Non è mancato uno spazio in cui lasciare parlare ragazzi e giovani, a partire dai luoghi della loro formazione. “Se potessimo parlarvi” era lo slogan di questo stand, in cui i partecipanti sono stati invitati a individuare, a partire dallo sguardo delle giovani generazioni, quali necessità di accompagnamento una comunità cristiana può manifestare per «disegnare nuove mappe di speranza», come chiede Papa Leone. Clicca qui per approfondire
Un’ulteriore porta si è aperta per le “Coppie oggi“, aiutando a riconoscere, aiutati da Amoris laetitia, a 10 anni dalla sua promulgazione, come le relazioni di coppia, in ogni situazione, possano essere luoghi nei quali Gesù parla. Clicca qui per approfondire
Una porta si è aperta anche sui “Nuovi italiani“: non più una «emergenza» ma una presenza strutturale, nella consapevolezza che non è più tempo di chiedersi «se» accogliere, ma «come»; alcuni dati oggettivi sul tema hanno lasciato davvero stupiti i presenti. Clicca qui per approfondire
Un sesto approfondimento è stato dedicato a “Chi non vediamo“, con fragilità temporanee o stabili (malattia, povertà o separazioni): di fronte a situazioni così reali è emersa l’esigenza di una formazione specifica e di accompagnamento, per una testimonianza evangelica capace di tessere le trame di una comunità reale. Clicca qui per approfondire
Le sei «porte» sono state pensate dall’Équipe sinodale diocesana in sinergia con alcuni Uffici pastorali e con il supporto di facilitatori, educatori e formatori che hanno guidato i gruppi. Uscendo da ogni «porta» a ciascuno è stata consegnata una cartolina a ricordo dell’esperienza e attraverso cui approfondire i temi trattati.
I PERCORSI
Quindi alle 16 la conclusione ritrovandosi nuovamente insieme in salone Bonomelli, dove il vescovo Antonio Napolioni ha evidenziato alcune principali piste da intraprendere nel nuovo anno pastorale. Lo a fatto partendo dal discorso di Papa Leone XIV all’Assemblea diocesana di Roma, dello scorso 18 settembre in San Giovanni in Laterano, declinata per la Chiesa cremonese con un respiro di comunione universale. Passi per «Ripartire con voi», con il cuore riscaldato dalla lieta notizia del mattino di Pasqua e in costante ascolto della realtà che si vive e ci circonda. «Mettendo sempre al centro l’essenziale», è stato l’invito di monsignor Napolioni facendo eco a Papa Leone: «La priorità è il Vangelo!». E qui due termini chiari: missione e fraternità, richiamati in modo evidente nel titolo del convegno diocesano e più volte sottolineati durante la giornata.
Parafrasando ancora Papa Prevost, Napolioni ha sottolineato quattro strade: incontrare Cristo e farlo incontrare; generare comunità; abitare e servire la città; formazione del popolo di Dio.
Quindi, riprendendo gli snodi dei Percorsi pastorali 2026/2027 – un testo nato dal lavoro delle comunità, poi rielaborato dagli organismi diocesani insieme al vescovo – ha tratteggiato i profili della «nostra carta d’identità» presentando alcune strade da percorrere. Anzitutto “uomini e donne di pace”, ricordando l’impegno per la pace di movimenti e associazione chiamati a lavorare sempre più in modo coordinato insieme anche alla comunità diocesana; mons. Napolioni ha menzionato anche la prossima campagna elettorale che non potrà lasciare indifferenti i cristiani, ponendo poi l’attenzione a comunità riparative e attente ai nuovi italiani. In questo senso il vescovo ha anche annunciato il Rosario per la pace con i bambini programmato in Cattedrale il 1° ottobre alle 17 [leggi qui per saperne di più] in comunione con Papa Leone e la Chiesa universale. Monsignor Napolioni ha poi ricordato le occasioni di spiritualità e di ritiro per vivere da “discepoli” e come “fratelli” protagonisti di una «pastorale della vicinanza e della cura», «imparando un lavoro di équipe e valorizzando tutte le vocazioni e i carismi, per diventare comunità ospitali dove ciascuno possa sentirsi di casa». L’obiettivo è la missione quotidiana di ciascuno nella propria vita, da veri “testimoni“, ma anche “corresponsabili“, superando il semplice essere «collaboratori»: ma per far questo è essenziale «avere sempre stima tra noi e degli organismi di partecipazione», ha detto il vescovo ricordando il ruolo essenziale delle Presidenze dei Consigli pastorali e dei Ministeri istituiti e dando appuntamento all’Assemblea sinodale diocesana del 9 maggio 2027.
Un nuovo anno nel quale non si aggiungono temi e compiti, ma si lascia tempo e modo per approfondire quanto emerso lo scorso anno, ha voluto precisare il vescovo. In particolare, lo si farà seguendo tre direzioni. “Con Gesù nella vita delle casa”, «per un rilancio sempre maggiore della dimensione famigliare nella pastorale», a dieci anni dall’esortazione apostolica Amoris laetitia. Poi la richiesta alle Zone pastorali di non limitarsi a essere somma di parrocchie o di calendari, ma a farsi protagonisti delle problematiche del territorio «anche con chi non è “nostri”: con chi si impegna in questi campi realmente»: “Con Gesù nella realtà dei territori“. Quindi un terzo percorso: “Con Gesù nel rinnovamento delle comunità“, ha detto con riferimento al tema unità pastorali che potrebbe portare a parrocchie nuove e ai Ministeri istituiti, con l’istituzione dei primi dodici ministri (tra lettori, accoliti e catechisti) nella veglia missionaria in Cattedrale del prossimo 17 ottobre.
Con il pensiero al pellegrinaggio diocesano a Caravaggio del 20 settembre scorso, il vescovo ha guardato al sesto centenario dell’Apparizione, nel 2032, annunciando un percorso di avvicinamento attraverso alcuni pellegrinaggi mariani diocesani: si inizia con Fatima e Santiago de Compostela a fine agosto 2027.
Monsignor Napolioni ha quindi concluso con le parole dell’apostolo Paolo e un chiaro invito rivolto all’intera comunità diocesana: «Intanto, dal punto a cui siamo arrivati, insieme procediamo».
“Per noi vivere è Cristo”: il messaggio del Vescovo per l’anno pastorale 2026/2027

