All’Happening la testimonianza di vita e di fede di Marco Gallo raccontata dai genitori

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Emozionante, intenso, vivo. Sono molti gli aggettivi che possono descrivere il talk dedicato a Marco Gallo che, domenica 14 giugno a Cremona, in piazza Stradivari, ha animato la seconda serata dell’Happening.

Appena dopo il tramonto, mentre i volontari aggiungevano in fretta sedie fino a sfiorare l’area ristoro, dal palco si facevano strada le note di Molly Malone, una canzone che Marco amava molto e che a Dublino è quasi un inno, cantato in ogni occasione da vecchi e bambini, dai dublinesi doc e dai turisti, che la imparano appena arrivano in città. Conosciuta anche come “Cockles and mussels” (Vongole e cozze), è probabilmente la canzone folk irlandese più amata e conosciuta al mondo e racconta della giovane e bella pescivendola Molly, che con il suo carretto percorreva le strade della città urlando “Alive, alive oh! Alive, alive oh!” (sono vive! Sono vive!). Proprio come lei, prematuramente morta per malattia ma viva per sempre nel ricordo della gente con la sua canzone. Un brano che racchiude molto del senso della vita di Marco Gallo, così come si coniuga alla perfezione con il racconto dei suoi genitori, Paola e Antonio, che dal giorno della sua scomparsa ne testimoniano la presenza viva e vicina.

Aveva solo 17 anni, Marco, quando fu investito in strada e morì, il 5 novembre 2011. Il 7 marzo scorso, a Milano, l’arcivescovo Mario Delpini ne ha aperto il processo di beatificazione. Marco è stato riconosciuto dalla Chiesa “servo di Dio”.

Proprio come Molly Malone, la natura di questo ragazzo non deve essere cercata in un eroismo distante e idealizzato, ma in una bellezza spontanea e “popolare”, in cui chiunque può identificarsi. Marco non è un mito lontano, ma una vita che è qui ora, raccontata attraverso gli occhi e il cuore di chi lo ha conosciuto. E, soprattutto, è vivo!

Intervistati dalla giornalista cremonese Maria Acqua Simi, i suoi genitori lo hanno raccontato come un ragazzo vivace, sempre in movimento ma, sin dall’infanzia, profondo, attento e alla continua ricerca di Dio.

Durante la serata i genitori hanno raccontato molti episodi della breve vita di Marco. Due di essi, in particolare, evidenziano in modo lampante la sua precoce consapevolezza del sacro.

Ancora molto piccolo, mentre imparava a scrivere, Marco si fermò davanti alla parola “armadio” per scrivere prima “Dio”. Alla madre spiegò che il Creatore meritava la precedenza su tutto il resto. A posteriori fu chiaro che quello non fu un vezzo infantile, ma una radicale sovversione del materialismo: l’invisibile che dà senso al visibile e che è in tutte le cose.

In un’altra occasione, quando una maestra si lamentò per il grigiore del cielo davanti all’asilo che frequentava, Marco la rassicurò dicendole che «il sole c’è sempre, è soltanto dietro le nuvole». Anche in quel caso all’inizio sembrò solo una frase da bambino, ma ora appare chiaro che la sua ricerca del divino e la sua fede nel trascendente emergevano già in modo chiaro e precoce.

In apertura la mamma di Marco ha tenuto a precisare che la vivacità del figlio non era mai un problema da gestire, né in casa né a scuola, ma piuttosto la misura del suo essere pienamente vivo, segno di una tensione interiore che, con l’adolescenza, sarebbe diventata una ricerca consapevole della Verità.

Nella giovinezza di Marco la fede non è stata un’eredità passiva, ma un’esplosione di vitalità e libertà. Attraverso l’esperienza di Gioventù Studentesca, egli ha compreso che il Cristianesimo non è un deposito di antiche tradizioni, ma un avvenimento presente. Nell’aprile del 2011, dopo un Triduo Pasquale vissuto con grande intensità, nel suo diario scrisse: «Cristo, sei una presenza che ora accade e che ora mi salva. Il punto della vita sta quindi nell’educarsi a stare nella realtà col fine di cercarti in questo stesso istante».

Marco Gallo non era però un giovane asceta privo di pulsioni. Al contrario, i genitori lo hanno raccontato come un ragazzo che ha fatto tutte le esperienze che fanno gli altri, ma che viveva una fede che aveva smesso di essere idea per farsi carne. Una profondità che conviveva con un’umanità irriducibile, fatta di amici, del desiderio del motorino, poi appagato con un avventuroso viaggio in Liguria per recuperarlo nel garage della nonna, di un ambizioso commercio di smartphone su eBay e di quella sconsideratezza che è tipica di chi morde la vita con fame insaziabile. E con una grande urgenza, che poi emerse in tutta la sua drammaticità.

Nel racconto di Paola e Antonio Gallo la vita di Marco non appare come qualcosa che si interrompe tragicamente senza portare a termine ciò che stava realizzando. Al contrario, quella vita era già compiuta, nel suo slancio verso l’infinito, prima ancora di quel fatidico 5 novembre. Perché Marco era già di Dio, sin dalla sua nascita.

Nella ferita lancinante della sua morte, si è quindi aperta una sorgente. Papà Antonio ha raccontato di aver percepito, quella notte stessa, una presenza “sensibile, quasi fisica” di Marco e di Dio. Non un’illusione consolatoria, ma un “urto” tangibile che gli ha permesso di non impazzire. Le istruzioni per trasformare quel dramma in qualcosa di molto più grande, del resto, erano scritte da tempo su un foglio appeso sul muro della camera di Marco, accanto al crocifisso di San Damiano, che lui stesso aveva recuperato da un mobile in cantina: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Questa citazione evangelica, scritta da Marco prima di morire, è diventata il perno della reazione della famiglia. Antonio inviò una mail ai colleghi di lavoro citando Benedetto XVI: «Solo se Gesù è risorto è avvenuto qualcosa di veramente nuovo che cambia il mondo». La scomparsa di un figlio, nel paradosso della fede, è diventata l’occasione per annunciare pubblicamente che la morte è stata vinta.

Un grido di fede e di speranza che ogni anno, il 1° novembre, risuona da centinaia di voci che la famiglia Gallo richiama in pellegrinaggio verso il Santuario di Monteallegro. Dal 2012 a oggi il gruppo di amici, familiari e compagni di scuola e di avventura di Marco è passato da molte decine a un migliaio, che in quel giorno percorrono in tre ore un dislivello di 600 metri, condividendo il silenzio, i canti, la preghiera e, alla fine, 80 kg di focaccia. È la celebrazione di una fede che si fa festa e popolo.

Quando Marco morì, il cardinal Angelo Scola, allora Arcivescovo di Milano, nel corso di una Messa disse: «Quello che mi colpisce di Marco Gallo è l’esistenza in lui di una fede cristallina. Si vede nel fatto che questo ragazzo non fa nulla senza riferirsi a Dio, nulla di nulla. E riferendosi a Dio trova il fattore equilibrante della sua vita, dallo scalare, di cui era appassionatissimo, fino a usare il motorino, all’amore per il padre, per la madre, le sorelle e al gusto del vivere, del vivere ogni cosa che lui sentiva bella. Credo che Dio scelga ragazzi così giovani per chiamarci tutti alla santità, perché impressionano. Quando si è vecchi, non vorrei sbagliarmi, non si è più tanto capaci di abbandonarsi nelle braccia del Signore».

La serata di Cremona si è conclusa regalando ai presenti un’immagine: la vita di Marco come un “monumento leggero”. Una vita che, pur nella brevità dei suoi diciassette anni, è stata così densa da insegnare a vivere anche a chi ne ha ottanta. Conoscere Marco serve a ricordarci che non siamo fatti per la tomba, ma per essere, eternamente, vivi. Alive, alive oh! Alive, alive, oh!

 

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Claudio Gagliardini
TeleRadio Cremona Cittanova
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